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domenica 9 dicembre 2012
Di Nuovo in Gioco
Il talent scout di baseball Gus (Clint Eastwood), ormai in età da pensione, non accetta il passare degli anni nè tantomeno l'idea di essere accontanato ed ha con la figlia Mickey (Amy Adams), avvocato in carriera, un rapporto a dir poco conflittuale. Non mancherà occasione per risolvere tutto. Se non ci fosse l'interpretazione del sempreverde Clint ad alzarne il livello qualitativo, saremmo di fronte ad una scialba commedia simil-disneyana, in cui tutto finisce nel migliore dei modi, i buoni trionfano ed i cattivi sono infine sconfitti. Parte minore per Justin Timberlake che, tutto sommato, se la cava.
Regia: Robert Lorenz
Anno: 2012
Giudizio: **
giovedì 1 novembre 2012
Cogan - Killing Them Softly
Il gestore di una lavanderia assolda due delinquenti al verde per un colpo ardito: rapinare una bisca clandestina. Un killer professionista (il bravo Brad Pitt) viene assoldato per fargliela pagare. Classico gangster movie dalla trama essenziale arricchita da dialoghi ben riusciti, ennesima sconfessione del sogno americano (non tutti ce la fanno, non esiste la seconda occasione) e rinnegamento del progressismo democratico di Obama (non siamo tutti uguali, non cambierà mai nulla), mostrato più volte (forse troppe) nel pieno della campagna elettorale del 2008. Non convince una regia che a volte eccede (la scena al rallenty) e la ripetitività troppo sottolineata del messaggio: "Ma è un'idea e una soltanto e non è ripetendola ad ogni occasione che il film si riempie" (Marianna Cappi, mymovies.it).
Regia: Andrew Dominik
Anno: 2012
Giudizio: **1/2
sabato 9 aprile 2011
Poetry

Mija (Yoon Jeong-hee), ultrasessantenne che lamenta le prime avvisaglie dell'alzheimer e coltiva il sogno di imparare a scrivere poesie, viene a scoprire che il nipote adolescente ha preso parte a violenze di gruppo nei confronti di una coetana che si è tolta la vita. Si ritroverà ad affrontare scelte difficili.
Film pessimista questo di Lee Chang-dong eppure non disperato: in un mondo cinico ed arido, ipocrita e volgare, è forse ancora possibile trovare una via alla bellezza ed alla verità. La poesia, ricerca del sublime ed al tempo stesso piacere delle cose piccole e semplici, arte del vedere e del sentire quello che ai più sfugge, si presta perfettamente ad incarnare la speranza che le brutture estetiche e morali non abbiamo preso definitivamente il sopravvento. La società che ci racconta Lee Chang-dong è marcia: una gioventù perduta, inebetita ed anestetizzata che non sa discernere il bene dal male, padri irresponsabili e ciechi, preoccupati solo di coprire (nè capire, nè tantomeno punire) le ignobili colpe dei figli. Quello di Mija è allora un "percorso lento, sofferto e soggetto agli sbalzi di una memoria ingannatrice; una via tortuosa e collaterale alla (sua) verità (Emanuele Sacchi, mymovies.it) ", che, anche attraverso l'esperienza dell'incontro misterioso e teneramente ingenuo con la sensibilità poetica, si farà presa di coscienza etica, apertura del cuore ad una pietà commossa verso una vittima innocente, la cui memoria una scelta diversa da quella di Mija avrebbe tradito. Premiato a Cannes per la sceneggiatura che in effetti sviluppa una storia convincente con precisione e senza eccessi. Yoon Jeong-hee, una delle più note attrici sudcoreane, è tornata a recitare dopo oltre quindici anni di inattività, regalando una performance di tutto rispetto.
Regia: Lee Chang-dong
Anno: 2010
Giudizio: ***1/2
domenica 27 marzo 2011
I Ragazzi Stanno Bene

Nic (Annette Bening) e Jules (Julianne Moore), coppia lesbica regolarmente sposata, hanno due figli concepiti con il seme del donatore anonimo Paul (Mark Ruffalo). Quando i ragazzi decidono di conoscerlo, questi, figo trendy e un po' playboy, sembra destinato a sconvolgere gli equilibri familiari, finendo a letto con Jules e mettendone in crisi il matrimonio.
Commedia indipendente americana, ambientata nella California medio-borghese chic ed open-minded, I ragazzi stanno bene affronta con naturalezza le nuove dinamiche amorose, affettive e relazionali che nascono nella società della liberalizzazione dei costumi sessuali: se lo humor della Cholodenko ne sottolinea ironicamente i paradossi (coppia di lesbiche con figli da padre etero e che nei momenti di intimità guarda porno maschili per gay!), il merito ed il valore del film sta nella volontà di normalizzazione dell'essere omosessuale, nell'anelito liberatorio che vorrebbe spezzare le catene omofobe che ancora cingono il modello classico di famiglia, mostrando come gay non significhi necessariemente trasgressione e sregolatezza, ma rappresenti nella maggior parte dei casi la condizione di vita quotidiana di persone assolutamente ordinarie. Il messaggio è affidato al racconto di una storia estremamente convenzionale (matrimonio messo in crisi dal logorio degli anni e dalla differente realizzazione professionale dei coniugi con tutte le annesse frustrazioni e ricriminazioni, sbandamento condito dall'immancabile scappatella che si risolve in una più matura consapevolezza ed accettazione dell'altro con superamento finale delle momentanee difficoltà), messa in scena correttamente ma senza entusiasmare in modo particolare. Resta da capire se la comunità indie abbia davvero gradito un'esaltazione, per quanto in chiave moderna, di valori e modelli di vita decisamente tradizionali: il tentativo alternativo di coabitazione sentimentale allargata appare infatti fin dall'inizio impossibile e condannato al fallimento.
E' il modo del tutto convenzionale di affrontare una storia su un nucleo familiare non convenzionale l'idea forte del film (Edoardo Becattini, mymovies.com)
Regia: Lisa Cholodenko
Anno: 2010
Giudzio: **1/2
domenica 13 marzo 2011
The Fighter

La storia vera del pugile professionista Mickey Ward (Mark Wahlberg) che nel 2000 divenne campione del mondo nella categoria pesi welter. E del fratellastro Dicky (Chrisitian Bale), un tempo giovane promessa della boxe, ma poi smarritosi nella schiavitù del crack e dei ricordi. Ma anche la storia di una famiglia gretta ed invadente e di una comunità industriale del Massachuttes, in cui la maggior parte delle diatribe si risolvono a pugni o a schiaffi.
David O. Russell ha costruito il suo film facendo del ring metafora esistenziale: Dicky è uno a cui piaceva restare sempre al centro del tappeto e dell'attenzione, mobile sulle gambe come volubile nell'animo le cui ferite sono scavate sul volto emaciato e la cui follia è impressa negli occhi stralunati di un Bale meritatamente premiato come attore non protagonista con Oscar e Golden Globe. Mickey è invece uno abituato ad incassare colpo su colpo, sempre chiuso alle corde da una vita da perdente su cui non ha controllo e quasi nemmeno diritto di parola, ma che è certo di avere dentro sè l'energia nascosta del campione per reagire, quando nessuno ormai ci crede più, e tempestare di pugni l'avversario ed il destino fino al gong finale, quello della rivalsa e del trionfo. E se questo parallelismo funziona, così come il mix di temi importanti (il tunnel della tossicodipendenza, il rapporto di amore e odio con la famiglia, l'autodeterminazione come momento fondamentale di crescita, il sogno del successo) è ben accompagnato da una regia che ha senso del ritmo e trovate interessanti (il film nel film), "un finale che è pacificatorio e, come detto, troppo ‘happy'" (Giancarlo Zappoli, mymovies.it) toglie qualcosa ad un film che resta comunque complessivamente apprezzabile. Generosi i premi a Melissa Leo nel ruolo di madre-manager, brava ma nulla di più.
Regia: David O. Russell
Anno: 2010
Giudizio: ***
domenica 6 marzo 2011
Un Gelido Inverno

Su un altopiano dell'America centrale, in una comunità chiusa ed arretrata, la diciassettenne Ree (Jennifer Lawrence) si prende cura dei fratellini da quando la madre è in stato di patologica apatia ed il padre, appena uscito di galera, è sparito dalla circolazione. Quando viene a sapere che questi ha impegnato la casa a garanzia della cauzione, Ree decide di mettersi sulle sue tracce e comincia una ricerca fitta di misteri che la porterà a scoprire una terribile verità.
Il secondo lungometraggio della semiesordiente regista Debra Granik, talento emergente del panorama cinematografico indipendente, ha al tempo stesso gli stilemi del genere thriller e la forza della denuncia sociale: ad essere mostrata è un'America rurale che vive ai margini dell'indigenza, che è soffocata da strutture rigidamente patriarcali e maschiliste, che è dominata dalla violenza e dall'autodifesa (anche'essa violenta, come quando Ree insegna ai fratellini l'uso del fucile) al di fuori da ogni cornice civile, che è sopraffatta da un'illegalità pervasiva e da una fitta ragnatela di complicità ed omertà, che è schiava della devastazione fisica e psicologica prodotta dalle metanfetamine, la droga dei poveri. La bravura della regia della Granik sta nell'aver reso tangibili le atmosfere imputridite, come il fondo della palude in cui Ree rinverrà il cadavere del padre, di un angolo di Stati Uniti, lato oscuro e scabro della società americana. Se quindi può dirsi assai ben riuscita l'operazione di descrivere "un contesto miserabile e infausto utilizzando un linguaggio livido e cupo" (Edoardo Becattini, mymovies.it), meno efficace appare un racconto che paga qualcosa sul piano della naturalezza e non si libera da una freddezza di fondo, stilisticamente coerente ma che alla lunga rischia di risultare indigesta. Premiato al Sundance ed al Torino Film Festival, sono rimaste invece senza seguito le quattro canditature agli Oscar.
Regia: Debra Granik
Anno: 2010
Giudizio: ***
sabato 5 marzo 2011
Il Cigno Nero

La ballerina classica Nina (Natalie Portman) ha ottenuto il ruolo principale ne Il Lago dei Cigni, ma se è perfetta nell'interpretare la fragilità tormentata del cigno bianco, non riesce ad incarnare la passionalità del cigno nero. Repressa dalla madre asfissiante (Barbara Hershay), pungulata da un coreografo esigente (Vincent Cassel) ed in competizione con la conturbante Lilly (Mila Kunis), Nina scoprirà il proprio lato oscuro.
Aronofsky punta sul tema del doppio (con tutto il conseguente gioco di specchi, riflessi, allucinazioni), chiamando in causa la dualità fra la sublimazione controllata e antivitalistica che aspira all'ordine della perfezione ed il tumulto ebbro e viscerale delle passioni umane. La protagonista Nina, la cui carattarizzazione psicologica ruota attorno alla marbosità del rapporto con una madre possessiva e protettiva oltre ogni limite da cui discendono insicurezze e tormenti interiori (somatizzati in disturbi psicofisici sempre più evidenti ed autolesionistici), compie un viaggio dentro sè stessa alla ricerca della parte più istintiva e sensuale di sè, più erotica e trasgressiva che troverà solo con l'omicidio/suicidio finale, potentemente metaforico. Le scelte visuali del regista, funzionali alla rappresentazione di una metamorfosi che pur rapisce e inquieta, sono all'insegna di una eccentricità forse eccessiva che tradisce una "sensibilità stravagante e un tantino kitsch" (Gianluca Arnone, cinematografo.it). Come già in The Wrestler, si ritrova il tema del destino sofferto del performer, della dedizione totale al pubblico, del connubio fra morte ed arte. Premiatissima la Portman, vincitrice, fra l'altro, di un Golden Globe e dell'Oscar.
Regia: Darren Aronofsky
Anno: 2010
Giudizio: ***
sabato 19 febbraio 2011
Il Grinta

Seconda metà dell'800, la quattordicenne Mattie (Hailee Steinfeld) assolda, per scovare l'uomo che ha ucciso suo padre, lo sceriffo Rooster Cogburn detto "Il Grinta" (Jeff Bridges), non più giovane e mezzo alcolizzato, assieme al quale si avventura nelle terre selvagge dell'Arkansas, alla caccia della banda di cui fa parte il fuggitivo. A loro si unirà un ranger texano (Matt Damon).
Adattando il romanzo True Grit di Charles Portis con un remake del film omonimo del 1969 (che valse un Oscar a John Wayne), i fratelli Coen si misurano con il più classico dei generi cinematografici, girando un western crepuscolare che riprende il repertorio tematico caratteristico delle loro produzioni (imprevedibilità della sorte, arbitrarietà ed irrazionalità del destino, crisi dei valori morali e qui anche nostalgia del passato) e contaminato con le cifre inconfondibili del loro stile sempre in perfetto equilibro fra piacere del racconto ed un umorismo nero e paradossale. "Affogando nel nichilismo la retorica della mitologia americana"(Gianluca Arnone, cinematografo.it), i Coen narrano in fondo una storia di formazione in cui la giovanissima eroina, intransigente nella convinzione che ogni colpa debba essere punita e che esista una chiara linea di demarcazione fra Bene e Male, apprende dallo sceriffo dal grilletto facile e con qualche anno e chilo di troppo che la vita, con i compromessi e le scelte che impone, è faccenda ben più complicata. Assolutamente delizioso il nonsense che percorre il film e che affiora in certe trovate (la gara di tiro alle ciambelle) o battute ed alcuni personaggi (il medico con la pelle d'orso, il bandito che fa i versi degli animali), autentico marchio di fabbrica dei fratelli registi. Candidato a dieci premi Oscar e buon successo commerciale.
Regia: Joel ed Ethan Coen
Anno: 2010
Giudizio: ***1/2
Another Year

La candidatura all'Oscar per la Miglior Sceneggiatura Originale di quest'ultimo lavoro dell'inglese Mike Leigh è stata notizia inattesa e gradita: capita di rado per un film in cui, di per sé, accade poco, che si limita a raccontare la quotidianità di una coppia sessantenne e benestante (l'occhio è puntato sulla piccola borghesia di provincia) e del microcosmo composto dai loro amici e parenti. Ma in tale ripetitività di gesti e situazioni (pranzi, cene, visite più o meno annunciate) Leigh vi cala una coinvolgente riflessione sul senso della vita e sul trascorrere monotono del tempo (già nel titolo), scandito appena dalle piccole novità, liete (il fidanzamento del figlio) o tristi (la morte della cognata) che segnano le vite ordinarie delle persone comuni. E volti comuni e familiari sono stati scelti per personaggi che non hanno alcunché di eccezionale, fra cui si distingue Mary, amica di famiglia invadente e scontenta, interpretata da una grandiosa Lesley Manville. Sono personaggi che si confrontano con la difficoltà del vivere e la sua incomunicabilità, con la solitudine e la nostalgia dei ricordi, con conflitti e tensioni latenti, con il dolore della perdita e gli spettri di un fallimento personale annegato in troppi bicchieri e troppe sigarette. Così, mentre le stagioni si alternano di pari passo cambiano gli stati d'animo e le atmosfere, più giocose e ed ironicamente allegre nella prima metà, via via più dolenti e malinconiche verso il cupo finale, anticipato de un prologo pessimista che funge da iniziale dichiarazione d'intenti. L'ultima inquadratura lascia con un nodo alla gola col suo messaggio senza speranza: l'infelicità, per quanto ci si affanni, è destinata a restare un male incurabile.
Regia: Mike Leigh
Anno: 2010
Giudizio: ***1/2
martedì 8 febbraio 2011
Il Discorso del Re

La storia di re Giorgio VI d'Inghilterra (Colin Firth) e degli incessanti sforzi con cui combattè per tutta la vita la balbuzie da cui era affetto, grazie all'aiuto di un logopedista (Geoffrey Rush), non vero medico ma acuto conoscitore dell'animo umano. Tom Hooper ha diretto un buon film sul tema del confronto dell'uomo con le proprie debolezze e della nobilitante lotta per il superamento dei propri limiti, con il messaggio di fondo che perseveranza, forza d'animo e coraggio di affrontare le proprie paure sono le qualità che contraddistinguono i vincenti nella vita. Ma c'è anche una riflessione sull'importanza della responsabilità, in un periodo in cui (siamo agli albori della Seconda Guerra Mondiale) la Storia chiamava gli uomini ad affrontare sofferenze e difficoltà. Interessante la raffigurazione di un mondo di cui, con la diffusione dei primi mezzi di comunicazione di massa, iniziava a cambiare per sempre la percezione ed il ritratto del lato umano del potere, attraverso le tinte delicate del rapporto fra re Giorgio ed i propri cari (la moglie, le figlie). A convincere meno, la psicologia un po' troppo incline al cliché (i turbamenti dell'infanzia, il peso dell'autorità paterna, l'ambiguo rapporto col fratello). Da godere la sequenza in cui re Giorgio fa le prove del discorso alla Nazione che seguì la dichiarazione di guerra alla Germania nazista, intervallando frasi gravi e solenni ad improperi e motivetti canterini per vincere le esitazioni della voce. Vero trionfatore agli Oscar 2011.
Regia: Tom Hooper
Anno: 2011
Giudizio: ***
sabato 15 gennaio 2011
Hereafter

Marie (Cecile de France) è una giornalista francese di successo, sopravvissuta per un soffio ad uno tsunami e cambiata per sempre dall'esperienza; George (Matt Damon) è un sensitivo americano che parla con i morti, ma sogna una vita normale; Marcus (Frankie McLaren) è un ragazzino inglese che non accetta la perdita del fratello gemello che è stato sottratto dai servizi sociali alla madre alcolizzata e tossicodipendente. Tre storie che hanno a che fare con la morte e con il legame misterioso con l'aldilà e che si ricongiungono a Londra, in un finale all'insegna della speranza.
Clint Eastwood ha realizzato questo film su una sceneggiatura di Peter Morgan costruita attorno ad un motivo conduttore delicato e difficile, che si sarebbe potuta prestare all'ovvio, allo stravangante o, peggio, al patetico: con una regia sobria e come sempre senza pecche il regista americano ha scampato il triplice rischio, dirigendo un cast che recita sotto le righe, cavandosela bene nel dare un'anima a personaggi autenticamente umani. Di fronte alla morte, di cui ci si sofferma sia sul carattere più privato ed intimo (l'incidente del piccolo Jason), sia sulla dimensione collettiva, condivisa (il disastro naturale dello tsunami, gli attentati di Londra) ed alle sue implicazioni metafisiche, Eastwood ha una posizione interlocutoria, che prende le distanze dalle cialtronerie new age e dalle ricette religiose preconfezionate, ma anche dal nichilismo sbrigativo e superficiale, lasciando aperta la via del dubbio. Ma è nel confronto con la fine e nel nuovo e più ricco significato che ne assume la vita che stanno i contenuti più interessanti di un film che affronta anche i temi della solitudine, del bisogno di essere amati, della invalicabile distanza che pongono tra le persone alcune esperienze personali ed irripetibili.
Impressionante la sequenza iniziale in cui la devastazione del maremoto è resa con credibile realismo grazie agli effetti speciali digitali.
Regia: Clint Eastwood
Anno: 2010
Giudizio: ***1/2
sabato 4 dicembre 2010
Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni

Alfie (Anthony Hopkins) è in piena crisi di terza età: ha scoperto la paura della fine ed ha lasciato la moglie Helena (Gemma Jones) per sentirsi nuovamente giovane sposando una escort avvenente e scaltra (Lucy Punch). Helena, dal canto suo, è caduta in depressione, ma trova forza nelle rosee previsioni di una cartomante ed in qualche bicchierino di troppo. La figlia Sally (Naomi Watts), intanto, è in crisi matrimoniale col marito Roy (Josh Brolin), scrittore privo d'ispirazione, e finisce per innamorarsi del proprio datore di lavoro (Antonio Banderas), mentre Roy fa la corte alla vicina (Freida Pinto). Ne succederanno delle belle.
Nuova commedia d'ambientazione londinese per Woody Allen, con ben evidente l'inconfondibile marchio di fabbrica dell'autore: molto parlato, ironia pungente, battute divertenti, personaggi singolari, situazioni comuni agli ambienti borghesi benestanti e colti sarcasticamente dipinte nella propria paradossale assurdità. Ai soliti temi (l'instancabile ricerca della felicità, la curiosa contraddittorietà delle dinamiche che regolano i rapporti umani, il ruolo del caso e delle circostanze, l'insensatezza della vita) se ne aggiungono alcuni più amari forse ispirati dalla senilità di un Allen ormai settantacinquenne (paura della solitudine e della morte). Ma la riflessione più interessante ed originale è centrata sulle illusioni: è possibile farne a meno o sono un ingrediente essenziale nella ricetta della serenità? Aiutano a vivere una vita incontrollabile in cui anche un banale malinteso può cambiare il destino di una persona (come accade in una delle trovate più esilaranti del film) o sono mero autoinganno, insulso e vano? La risposta sembra stare in un finale (più aspro dell'apparenza) in cui solo la stralunata Helena ed il suo nuovo, ridicolo compagno Jonhatan (Roger Ashton-Griffiths) sembrano riuscire a coronare il proprio amore. Per un regista che sforna un film all'anno, avere ancora da dire non è cosa banale ed induce a perdonare la ripetitività di uno stile che non sa e non vuole più rinnovarsi.
Regia: Woody Allen
Anno: 2010
Giudizio: ***1/2
martedì 16 novembre 2010
Animal Kingdom

Dopo la scomparsa della madre, il giovane Joshua (James Frecheville) va a vivere con la nonna Janine (Jacki Weaver) e gli zii Andrew (detto Pope ed interpretato da Ben Mendelsohn), Craig (Sullivan Stapleton) e Darren (Luke Ford), delinquenti che operano in vari settori della criminalità di Melbourne (rapine, spaccio). Quando la polizia uccide Barry (Joel Edgerton), amico e socio di Pope, si innesca una spirale di terribili vendette. Joshua si trova a rivestire il ruolo di testimone chiave nel processo che vede coinvolti i suoi zii ed è spinto da un detective (che ha preso a cuore il suo caso e vorrebbe aiutarlo) a collaborare con la giustizia. Ma alla fine sceglierà di fare giustizia da sè.
L'australiano Michod ha riversato in questo cupo crime movie di genere una visione profondamente pessimista dell'umanità, imbevendola di un nichilismo senza mezze misure: non esistono bene o male, nè buoni o cattivi, vige solo la legge del più forte, la società è come una giungla (come afferma programmaticamente già il titolo e come sottolineano molte immagini, come quella in cui Craig giace senza vita e le mosche gli si posano sul viso, come fosse la carcassa stramazzata di un animale morto). Non c'è spazio, in questo mondo violento ed iniquo, per percorsi di redenzione (ed infatti Barry muore propripo quando ha deciso di cambiare vita) o per chi è reso debole e vulnerabile dalla paura (Craig). Joshua è quindi messo davanti ad una possibilità di scelta, ma sia le istituzioni corrotte (la squadra antirapina uccide discrezionalmente, la squadra antidroga fa affari con i trafficanti), sia il microcosmo familiare (spietato e cinico, con una madre crudele e priva di ogni scrupolo più degli stessi figli) la rendono una scelta obbligata: l'adesione alle regole selvagge della brutalità, della prevaricazione, della vendetta è necessaria per la sopravvivenza in un "regno animale" privo di reali vie di salvezza. E così il percorso che Joshua intraprende suo malgrado lo porta ad assomigliare mostruosamente allo zio Pope, il più feroce dei tre, di cui nell'ultima, dura sequenza prende simbolicamente il posto. Spessore tematico dunque, ma anche sequenze d'autore, ritmo misurato ed una sceneggiatura solida e convincente (peraltro vagamente ispirata a fatti veri) fanno di Animal Kingdom un debutto assai interessante e di Michod un regista da non perdere d'occhio.
Regia: David Michod
Anno: 2010
Giudizio: ***1/2
lunedì 1 novembre 2010
The Town

Dal romanzo Il principe dei ladri di di Chuck Hogan: a Charlestown, storico e malfamato quartiere di Boston, Doug MacRay (Ben Affleck) è a capo di una banda che organizza rapine in banca e svaligia furgoni portavalori e di cui fa parte anche l'amico fraterno Jem (Jeremy Renner). Durante un colpo sequestrano per breve tempo la giovane direttrice di banca Claire (Rebecca Hall). Doug comincia a frequentarla tenendole nascosta la propria identità ed i due iniziano una relazione che spinge Doug a cambiare vita e lasciare Boston per sempre, ma è suo malgrado coinvolto in un ultimo colpo.
Ben Affleck (attore, regista e sceneggiatore) dirige un film di genere che segue schemi classici (il criminale che, grazie all'amore per una donna, crede che un'altra vita sia possibile, quello invece ormai perso per sempre per il quale non esiste più redenzione, ecc.), dosa bene sequenze di azione (sparatorie, inseguimenti) e pregnanza dei dialoghi, intreccia efficacemente le linee narrative (l'organizzazione dei colpi, il rapporto fra Doug e Claire, le indagini dell'FBI) mantenendo sempre viva la tensione. Fra le fonti di ispirazione, Affleck ha citato Gomorra di Garrone ed in effetti vi si ritrovano le atmosfere plumbee, il radicamento dei personaggi al territorio, il legame fra il quartiere ed i suoi codici ed individui che non potranno mai chiudere davvero i conti con quel mondo e quel passato. E' forse proprio questo l'aspetto più riuscito di The Town, quell'attenzione al contesto sociale (case popolari, droga, padri in carcere o morti ammazzati) che dà profondità ai personaggi, rendendoli "figure palpitanti ed autentiche" (Marco Toscano, I Duellanti). Il punto debole, invece, è una certa prevedibilità nella sceneggiatura, decisamente romanzata, ed il finale un po' troppo scontato e risolutorio. Nel complesso, comunque, una buona prova per un attore (spesso bistrattato dalla critica) che si è reinventato regista, dimostrando di averne la stoffa.
Regia: Ben Affleck
Anno: 2010
Giudizio: ***
giovedì 21 ottobre 2010
Lo Zio Boonmee Che Si Ricorda Le Vite Precedenti

Lo zio Boonmee (Thanapat Saisaymar), uomo anziano e malato, si sente vicino alla fine dei suoi giorni e decide di traferirsi, con cognata e nipote, in una casa vicina alla giungla per curarsi in tranquillità ed aspettare la propria ora. Gli faranno visita lo spirito della moglie morta ed il figlio, scomparso molto tempo prima ed ormai trasformatosi in scimmione dagli occhi di brace.
Quello di Boonmee è un viaggio a ritroso verso origini lontane e dimenticate, un ritorno al Tutto che he nella caverna-utero, luogo di nascita e morte di vite presenti e passate, la propria rappresentazione allegorica; un viaggio che conduce lo spettatore in una dimensione atemporale e fantastica, in cui coesistono sincreticamente passato e futuro, vivi e morti, creature e spiriti, leggenda e realtà; un viaggio, ancora, dal carattere mitico e suggestivo, specialmente laddove la telecamera di Weerasethakul si addentra nel fitto di una natura misteriosa ed ancestrale o profetizza, in una sequenza che fa pensare ad un'istallazione videoartistica, un inquietante futuro militarizzato per il popolo thai. Non è necessario soffermarsi sull'influenza che inevitabilmente ha, su gusti e sensibilità, il retroterra culturale dello spettatore per capire quanto possa risultare distante ad un pubblico occidentale un film che guarda apertamente alla storia, alle credenze, alle tradizioni ed all'immaginario thailandese. Il che è forse il principale limite di un titolo più adatto a chi ama i linguaggi cinematografici sperimentali e d'avanguardia (nonchè la commistione di stili e toni, dal lirico al faceto), molto meno a chi malsopporta ritmi estenuantemente lenti ed inserti narrativi visionari (quando non, come nel caso dell'episodio della principessa e del pescegatto, francamente incomprensibili). Parte del più ampio progetto multipiattaforma Primitive, è stato insignito dell'onoreficenza più alta a Cannes, da una giuria presieduta da Tim Burton.
Regia: Apichatpong Weerasethakul
Anno: 2010
Giudizio: **1/2
domenica 26 settembre 2010
Inception

Dom Cobb (Leonardo Di Caprio) è specializzato nel rubare informazioni riservate, introducendosi nei sogni delle persone e carpendone i segreti. Il ricco imprenditore Mr. Saito (Ken Watanabe) gli chiede di eseguire l'operazione opposta ovvero l'innesto (in inglese inception, appunto) di un'idea nella mente di Robert Michael Fischer (Cillian Murphy), erede di un magnate rivale: smantellare l'impero industriale costruito dal padre. In cambio, gli promette la possibiltà di tornare liberamente negli Stati Uniti, dove è accusato dell'omicidio della moglie Mal (Marion Cotillard) e dove vivono i figli che non vede da lungo tempo. Cobb mette su una squadra con il cui supporto e grazie, in particolare, all'aiuto della brillante e giovane Ariadne (Ellen Page) realizza un complesso sistema di architetture oniriche a più livelli (sogni dentro altri sogni) al fine di superare le difese subconscie di Fischer. Finale aperto alle intepretazioni.
Niente di nuovo sotto al sole: se l'idea di avventure in universi paralleli, dimensioni virtuali accedibili solo durante uno stato dormiente (o comunque di incoscienza) nel mondo reale e con l'ausilio di tecnologie futuristiche è stata già ampiemente esplorata nel celeberrimo Matrix (e ripresa a suo modo, fra gli altri, dal recentissimo Avatar), anche la personificazione delle proiezioni inconsce in entità apparentemente indistinguibili dal reale ha radici lontane (dal formidabile ed ormai datato Solaris di Tarkovskij). Il tutto sapientemente condito da una buona dose di action sparatutto e di romanticismo che rivelano gli intenti prevalentemente commerciali di quest'ultima opera di Cristoper Nolan. Il tentativo, infatti, di conferirle spessore metafisico-filosofico-psicologico (qual è il confine fra realtà e sogno? Quali sono i meccanismi più profondi ed oscuri della psiche umana? Ecc.) appare più che altro un colossale ingarbugliamento delle carte in tavola, spiegato a volte troppo didascalicamente (durante l'apprendistato di Aridane, per esempio) a volte troppo fumosamente. Se almeno si fosse tradotto in autentica ricchezza visionaria, ne sarebbe forse valsa la pena, ma fatta salva qualche sequenza d'effetto (Parigi che si ripiega su se stessa!) non si resta particolarmente impressionati neppure a livello visivo/percettivo. Grazie al cast, alla buona regia ed ad un pizzico di curiosità che pure mette nello spettatore, Inception, va detto, è un film discreto, godibile e se non altro non scontato. Consolazione però probabilmente troppo magra per un'opera che lascia l'impressione di ambire, almeno negli intenti, allo status di fenomeno culturale, di film di culto.
Esercizio virtuosistico in assenza di visione: a Nolan non riesce l'impresa di coniugare cinema commerciale e pellicola filosofica (Giovanna Bragana, I Duellanti)
Regia: Cristopher Nolan
Anno: 2010
Giudizio: **1/2
mercoledì 15 settembre 2010
Somewhere

Johnny Marco (Stephen Dorff) è un divo hollywoodiano che conduce un'esistenza annoiata ed indifferente, circondato da ogni lusso ed agio: vive in una suite, gira in Ferrari, inganna il tempo con festini mondani, spettacolini erotici, facili conquiste. Quando si trova a passare un periodo con Cleo (Elle Fanning), la figlia undicenne che vede di rado, ritrova un senso nella vita.
Ad ormai diversi anni da Lost in Translaton, Sofia Coppola torna su temi analoghi: il senso di vuoto interiore, lo smarrimento morale, l'insoddisfazione ansiosa, la solitudine di chi vive imprigionato in un mondo eccessivo ed artificiale, inautentico e materiale, quale quello della grande industria cinematografica di Hollywood. L'incontro con la figlia, la tenera scoperta di qualcosa (l'amore paterno) per cui valga davvero la pena vivere, diviene il catalizzatore di un cambiamento radicale, della rottura con rituali edonistici vacui e impersonali, di una presa di coscienza più adulta e consapevole.
Ma se tematicamente Somewhere ricorda e richiama l'opera più nota della Coppola, le analogie finiscono sostanzialmente lì: lo stile spontaneo ed equilibrato di allora si fa qui più snob, più forzata appare la ricerca del timbro autoriale nella lentezza del ritmo, nei lunghi silenzi, nell'insistenza dei piani sequenza, nelle inquadrature ricercate, nelle disarmonie del sound; nel film del 2003 il finale era aperto, problematico, qui tutto appare eccessivamente risolto, con una sequenza di chiusura un po' superflua, che ripete, ancora una volta ed a voce troppo alta, quello che si era già detto chiaramente. Nè brillano per originalità la storia nel suo complesso e le trovate comiche un po' ruffiane. Resta quindi la sensazione che la cornice formale, innegabilmente talentuosa, rischi di restare fine a se stessa, piuttosto che al servizio di un'idea davvero efficace. Sigificativo che per rappresentare la quintessenza del cattivo gusto e della volgarità televisiva, si sia scelto il panorama trash dello show business italiano: non c'è da andarne fieri. Fresco Leone d'Oro a Venezia.
Ad ormai diversi anni da Lost in Translaton, Sofia Coppola torna su temi analoghi: il senso di vuoto interiore, lo smarrimento morale, l'insoddisfazione ansiosa, la solitudine di chi vive imprigionato in un mondo eccessivo ed artificiale, inautentico e materiale, quale quello della grande industria cinematografica di Hollywood. L'incontro con la figlia, la tenera scoperta di qualcosa (l'amore paterno) per cui valga davvero la pena vivere, diviene il catalizzatore di un cambiamento radicale, della rottura con rituali edonistici vacui e impersonali, di una presa di coscienza più adulta e consapevole.
Ma se tematicamente Somewhere ricorda e richiama l'opera più nota della Coppola, le analogie finiscono sostanzialmente lì: lo stile spontaneo ed equilibrato di allora si fa qui più snob, più forzata appare la ricerca del timbro autoriale nella lentezza del ritmo, nei lunghi silenzi, nell'insistenza dei piani sequenza, nelle inquadrature ricercate, nelle disarmonie del sound; nel film del 2003 il finale era aperto, problematico, qui tutto appare eccessivamente risolto, con una sequenza di chiusura un po' superflua, che ripete, ancora una volta ed a voce troppo alta, quello che si era già detto chiaramente. Nè brillano per originalità la storia nel suo complesso e le trovate comiche un po' ruffiane. Resta quindi la sensazione che la cornice formale, innegabilmente talentuosa, rischi di restare fine a se stessa, piuttosto che al servizio di un'idea davvero efficace. Sigificativo che per rappresentare la quintessenza del cattivo gusto e della volgarità televisiva, si sia scelto il panorama trash dello show business italiano: non c'è da andarne fieri. Fresco Leone d'Oro a Venezia.
Regia: Sofia Coppola
Anno: 2010
Giudizio: **1/2
sabato 3 luglio 2010
About Elly

Un gruppo di amici lascia Teheran per trascorrere una breve vacanza al mare. Fra loro vi sono tre coppie sposate con i rispettivi figli, Ahmad (Shahab Hosseini), che è appena tornato dalla Germania dopo aver divorziato, e la giovane Elly (Taraneh Alidoosti), maestra di asilo di uno dei bambini, invitata per farle conoscere Ahmad e favorire il fidanzamento tra i due. Quando uno dei bimbi rischia di annegare, Elly scompare, forse affogata nel tentativo di salvarlo. Partono le ricerche che porteranno ad una verità inattesa.
Potrebbe essere un dramma girato in Europa, con le tinte del giallo, ma a dirigerlo è un giovane regista iraniano, Farhadi, che dimostra padronanza nell'utilizzo del mezzo cinematografico ed uno stile moderno, in cui la telecamera è molto mobile e segue da vicino la scena, spesso prossima al centro dell'azione. Il clima giocoso ed allegro della prima parte lascia via via il posto ad atmosfere tese ed opprimenti (sottolineate anche da cambiamenti ambientali e metereologici) allorché la scomparsa di Elly fa esplodere le tensioni latenti nel gruppo di amici, le cui dinamiche sono peraltro descritte con realismo e naturalezza. Difficile non scorgervi un discorso politico (sufficientemente implicito da sfuggire alla censura ufficiale): i fermenti modernisti (qui rappresentati dall'aspetto e dai comportamenti emancipati ed occidentalizzanti dei personaggi, appartenenti, non per caso, all'emergente classe medio-borghese) che pure attraversano l'Iran, sono la maschera di un paese cha ancora abdica rispetto alle libertà civili ed alle responsabilità etiche. Il cedimento di Sepideh (Golshifteh Farahani), che tradisce la memoria dell'amica per giustificare se stessa e gli altri agli occhi del fidanzato di Elly, è la denuncia della viltà di chi accetta di adeguarsi pavidamente al moralismo ipocrita di un regime autoritario e corrotto. La votazione con cui il gruppo decide la linea da sostenere è beffardamente unanime, come gli esiti plebiscitari di certe consultazioni elettorali, fintamente democratiche. La parte del paese che sogna nuova libertà (visivamente resa con l'allegoria dell'aquilone) si scontra con la passiva immobilità della maggior parte della popolazione (la macchina insabbiata degli ultimi fotogrammi). In controluce, note di costume sulla società iraniana, intrisa dei pregiudizi (sottomissione della donna, salvaguardia dell'onore) instillati dal'indottrinamento religioso. Orso d'argento a Berlino.
Regia: Asghar Farhadi
Anno: 2009
Giudizio: ***
domenica 20 giugno 2010
Il Segreto dei Suoi Occhi

Benjamin Esposito (Ricardo Darin), dopo una carriera in tribunale, è ormai in pensione e si accinge a scrivere un romanzo, al centro del quale vi è il caso Morales, una storia giudiziaria di stupro ed omicidio che da venticinque anni lo ossessiona. Mentre in lunghi flashback vengono ricostruiti i fatti di quel lontano 1975, Benjamin ne rivive i ricordi e torna ad incontrarne i protagonisti. Anche gli ultimi nodi finiranno così per sciogliersi.
Il Segreto dei Suoi Occhi (tratto da un romanzo di Sacheri) non è un film giallo, per quanto racconti la storia di un delitto, le indagini conseguenti, le false piste, lo smascheramento del colpevole e la sua cattura, con tanto di rocambolesco inseguimento nella spettacolare sequenza allo stadio, di ammirevole perfezione tecnica; non è nemmeno un film sentimentale, eppure ampio spazio vi trova l'amore mancato fra Benjamin e la bella Irene (Soledad Villamil), rimasto sospeso per molti, lunghi anni e mostrato solo attraverso un intenso gioco di sguardi rivelatori; non è nemmeno un film storico, ma sullo sfondo è ben riconoscibile l'Argentina del golpe militare del 76, su cui cominciavano a soffiare i venti nefasti del terrore di stato. Campanella riesce a fondere i tre generi, creando un ibrido interessante ed originale, girato non senza ironia e con l'abilità del cineasta di classe. Non sarà un caso se molti dei leitmotiv del film (gli occhi, gli sguardi, le foto) alludono alla visione oppure (la macchina da scrivere, il romanzo, le lettere) alla scrittura, i due elementi che costituiscono, nel connubio di mise-en-scene e sceneggiatura, l'essenza stessa dell'opera cinematografica. Ma il merito maggiore del film è probabilmente la funzione di memoria storica che assolve (attraverso il tema dell'importanza del ricordo e della sua comprensione come chiave di interpretazione del presente): è nella figura di Isidoro Gomez (Javier Godino), assassino e stupratore arruolato negli squadroni della morte che viene identificato quel male odioso e assoluto che ha terrorizzato il paese per troppi anni ed è nel terribile, interminabile supplizio che Ricardo Morales (Pablo Rago) gli infligge per vendetta che si legge quel bisogno di elaborare un dolore non ancora sopito, necessario affinché la vita interrotta di una nazione ferita e sconvolta riesca finalmente a far i conti con il proprio passato ed a ripartire. Premio Oscar come miglior film straniero.
Regia: Juan Josè Camapanella
Anno: 2009
Giudizio: ***1/2
lunedì 31 maggio 2010
The Road

Tratto dall'omonimo romanzo di Cormac McCharty (autore di Non è un Paese per Vecchi): la Terra, sconvolta da un disastro non meglio specificato, è divenuta landa cupa, fredda ed abitata da pochi sopravvissuti, impauriti ed affamati. Un Padre (Viggo Mortensen) e suo Figlio si mettono in cammino verso sud, in cerca del mare: hanno con loro pochi stracci, misere razioni di cibo ed una pistola con due pallottole, per difendersi o per per farla finita qualora dovesse accadere il peggio, che in un mondo abbrutito e senza più civiltà significa cadere nelle mani dei cannibali. Lottano contro il freddo e gli stenti, sono continuamente in pericolo, fanno incontri rischiosi e spiacevoli, ma preseguono senza fermarsi, perchè consapevoli di essere gli ultimi portatori del "fuoco", quel che resta di un'umanità immiserita ed arida.
Hillcoat si rivela all'altezza del compito: tradurre in immagini le atmosfere che McCharty ha fissato sulla pagina. Lo fa grazie ad una fotografia perfetta, cinerea e gelida nel ritrarre la desolazione del presente, quanto calda e morbida nell'illuminare i ricordi del passato; a scenografie angosciosamente apocalittiche; ad attori quanto mai credibili, nella loro smunta precarietà; ad un commento musicale elegante e suggestivo. Ma è nella storia che il film ha la sua forza: il mito del viaggio di formazione calato in un mondo in cui il tempo si è fermato e non esiste più futuro, il rapporto fra un padre ed un figlio di intensità quasi religiosa, i dilemmi morali (cos'è il Bene? Chi sono i buoni della Storia e chi i cattivi? Quali valori è ancora possibile trasmettere?) e le diverse scelte di chi si arrende allo scempio dei tempi (la Madre, interpretata da Charlize Theron) e di chi compie un'assunzione di responsabilità estrema, verso un Dio che non si vede ed una civiltà che ha fallito. L'universo di simboli (il fuoco, il bambino, il rifugio, lo scarabeo: solo alcuni fra tanti) si svela nella sua ricchezza senza sillogismi, ma attraverso l'espressività visiva delle immagini. Angosciante, spietato, escatologico, The Road è un film di sconsolata lucidità, ma non rinuncia alla speranza di un'umanità che sappa rinascere dalle proprie ceneri (morali). Per lo sguardo algido è stato accusato di essere senz'anima: noi la consideriamo invece una cifra stilistica. E quanto al finale, troppo facile e svelto, è un difetto del romanzo, prima che del film.
Regia: John Hillcoat
Anno: 2010
Giudizio: ****
Hillcoat si rivela all'altezza del compito: tradurre in immagini le atmosfere che McCharty ha fissato sulla pagina. Lo fa grazie ad una fotografia perfetta, cinerea e gelida nel ritrarre la desolazione del presente, quanto calda e morbida nell'illuminare i ricordi del passato; a scenografie angosciosamente apocalittiche; ad attori quanto mai credibili, nella loro smunta precarietà; ad un commento musicale elegante e suggestivo. Ma è nella storia che il film ha la sua forza: il mito del viaggio di formazione calato in un mondo in cui il tempo si è fermato e non esiste più futuro, il rapporto fra un padre ed un figlio di intensità quasi religiosa, i dilemmi morali (cos'è il Bene? Chi sono i buoni della Storia e chi i cattivi? Quali valori è ancora possibile trasmettere?) e le diverse scelte di chi si arrende allo scempio dei tempi (la Madre, interpretata da Charlize Theron) e di chi compie un'assunzione di responsabilità estrema, verso un Dio che non si vede ed una civiltà che ha fallito. L'universo di simboli (il fuoco, il bambino, il rifugio, lo scarabeo: solo alcuni fra tanti) si svela nella sua ricchezza senza sillogismi, ma attraverso l'espressività visiva delle immagini. Angosciante, spietato, escatologico, The Road è un film di sconsolata lucidità, ma non rinuncia alla speranza di un'umanità che sappa rinascere dalle proprie ceneri (morali). Per lo sguardo algido è stato accusato di essere senz'anima: noi la consideriamo invece una cifra stilistica. E quanto al finale, troppo facile e svelto, è un difetto del romanzo, prima che del film.
Regia: John Hillcoat
Anno: 2010
Giudizio: ****
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