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sabato 2 aprile 2011

Uomini di Dio


Ispirato alla storia vera di un gruppo di monaci trappisti francesi di un monastero algerino, rapiti e barbaramente uccisi da jihadisti islamici nel 1996, in circostanze ancora non nel tutto chiarite.
Il focus del film non è però sul tragico epilogo, sfumato volutamente fuori campo da una sceneggiatura più attenta a quanto l'ha preceduto, al progressivo montare della guerra civile che ha sconvolto il paese dopo il golpe militare del '92, all'insinuarsi del fondamentalismo musulmano e soprattutto al percoso umano che ha condotto i nove frati a scegliere di restare nonostante il pericolo, accettando con evangelica rassegnazione un destino infausto sempre più ineluttabile. Non è, tuttavia, va riconosciuto, un'opera agiografica: dei monaci (di cui si impara a conoscere i momenti di preghiera, studio, lavoro e meditazione che ne scandiscono i ritmi pacati di vita, così come lo spirito di fratellanza ed il saldo legame di amorevole sussidiarietà verso la comunità locale) sono mostrati anche i sentimenti umanissimi del dubbio e della paura, le debolezze che trovano solo nel mistero della fede il proprio antidoto, oltre che la forza di restare fedeli ad una missione di amore verso Dio ed il prossimo. Il film di Beauvois, dunque, "tocca i momenti più convincenti non nei discorsi un po' troppo programmatici tra cristiani e mussulmani, ma nelle scene di vita quotidiana, nel senso di amore per la natura che i trappisti coltivano, nel rispetto tra uomini e cose che si legge nei gesti di tutti i giorni (Paolo Mereghetti, Il Corriere della Sera)" e può contare su una regia semplice e precisa che rende appieno il senso di comunanza comunitaria che si è voluto trasmettere (oltre che con una recitazione corale, priva di prime donne) con inquadrature ampie che abbracciano sovente il gruppo di monaci e non disedegnano riferimenti figurativi alti e raffianti (L'Ultima Cena).
Grande successo in patria, dove, fra l'altro, ha ricevuto il prestigioso Grand Prix al Festival di Cannes.

La materia del racconto è piuttosto la vita quotidiana dei frati, il loro legame con la popolazione in mezzo alla quale vivono: ed è qui che si esercita il sublime (Lietta Tornabuoni, L'Espresso)



Regia: Xavier Beauvois
Anno: 2010


Giudizio: ***1/2

sabato 8 gennaio 2011

I Gatti Persiani


Negar (Negar Sheghaghi) e Ashkan (Ashkan Koohzad) sono una giovane coppia di musicisti rock iraniani ed hanno un sogno: lasciare il proprio paese per esibirsi in Occidente. Con l'aiuto dello scaltro Nader (Hamed Behdad) cercano di procurarsi visti e passaporti falsi e di trovare gli altri membri necessari per comporre la band. Comincia così un curioso viaggio negli ambienti della sottocultura musicale underground di Teheran, alla scoperta dei generi più vari (dall'indie al metal, dal pop al rap e così via) e degli spazi clandestini in cui i gruppi alternativi possono suonare sfuggendo alle autorità: negli scantinati, sopra i tetti dei palazzi, in campagna o in edifici in costruzione, perfino in una stalla fra le vacche. Oscillando fra il documentario ed il videoclip, Ghobadi racconta il doppio volto dell'Iran, la nuova generazione di giovani ansiosi di libertà di pensiero e di espressione che cerca di sfuggire con creatività ed inventiva alla morsa di una tirannia teocratica ossessionata dal controllo, costretti a vivere l'incubo continuo delle autorizzazioni che non arrivano mai, di una censura ottusa, dei vicini che fanno la spia e delle perquisizioni della polizia. Nel tristissimo finale sta la forza della denuncia: oggi in Iran non ci si può permettere di avere un sogno. Fantastica la sequena dell'interrogatorio di Nader che, trovato in possesso di centinaia di dvd proibiti ed una bottiglia di liquore, usa tutta la propria stoffa da commediante per discolparsi.
Girato senza permessi ed in soli 17 giorni, ha costretto Ghobadi all'autoesilio per evitare il carcere.



Regia: Bahman Ghobadi
Anno: 2009


Giudizio: ***

mercoledì 5 gennaio 2011

La Prima Cosa Bella


La livornese Anna (Stefania Sandrelli al presente, Micaela Ramazzotti da giovane) è in punto di morte e la figlia Valeria (Claudia Pandolfi) chiama al suo capezzale il fratello Bruno (Valerio Mastrandrea), professore insoddisfatto ed inquieto, nella speranza di ricostruire il rapporto fra questi e l'anziana madre, compromesso molto tempo prima. Mentre in lunghi flashback Bruno rivive i ricordi dell'infanzia, l'esplosiva ed incontenibile vitalità di Anna, la gelosia paterna, la separazione dei genitori, le tribolazioni, il rapporto di amore e odio con la madre (donna bella e dai costumi disinvolti) fino alla rottura dovuta ad incomprensioni di quand'era adolescente, i nodi del passato vengono al pettine (c'è un fratellastro, mai conosciuto prima) e tutti i conflitti irrisolti si sanano in un epilogo melenso.
Se l'intenzione non era malvagia nel voler mettere in scena il bilancio esistenziale e degli affetti di un uomo infelice perchè ancora incapace di dimenticare il passato e trovare una propria autentica identità, ripercorrendo gli eventi all'origine del suo male interiore (intenzione che riesce soprattutto nel tratteggiare il rapporto con la sorella Valeria, forse il più sincero del film), i cliché abbondano, la sceneggiatura strizza l'occhio al pubblico amante dei sentimentalismi, il finale delude (ogni dissidio è conciliato, ogni tensione rilasciata, ogni scelta è quella giusta), il messaggio di fondo (la vita va vissuta sull'onda delle emozioni più genuine, senza compromessi) è piuttosto scontato. Salviamo qualche battuta divertente ed una prima parte tutto sommato discreta, ma non si va comunque oltre il classico esempio di commediola italiana, provinciale e furbetta, che trova la soluzione a tutti i problemi nell'atteggiamento scanzonato (e un po' nostalgico) e nel calore protettivo della famiglia.
Il titolo rimanda ad una canzone della colonna sonora. Candidato italiano all'Oscar 2011 come miglior film straniero: chi l'ha selezionato preferendolo al capolavoro L'uomo che verrà si presta ad essere tacciato di autolesionismo.




Regia: Paolo Virzì
Anno: 2010


Giudizio: **



martedì 28 dicembre 2010

14 Kilometros


Violeta (Aminata Kanta) viene dal Mali ed è in fuga da un matrimonio con un uomo sgradevole, a cui la famiglia l'ha venduta per una decina di vacche. Buba (Adoum Moussa) invece ha lasciato il Niger per inseguire un sogno: diventare un calciatore ricco e famoso. Sono entrambi diretti in Europa e le loro strade si uniranno, si separeranno e si incroceranno di nuovo in un viaggio della speranza che li condurrà, fra mille difficoltà, dal Mali all'Algeria, al Marocco ed infine in Spagna.
Olivares sovrappone ad un materiale da documentario una storia semplice e dura per raccontare l'odissea di chi si avventura lungo i percorsi dell'immigrazione clandestina, dall'Africa equatoriale fino alla costa marocchina per poi affrontare su barconi di fortuna i quattordici kilometri di mare (che danno il titolo al film) dello stretto di Gibilterra. Man mano che il cammino avanza ed il paesaggio si trasforma (dal deserto del Sahara, agli altopiani algerini, alle città marocchine, tutti stupendamente ripresi dalla telecamera di Olivares) si moltiplicano le angherie, gli inganni, i sacrifici, le delusioni, le sofferenze e se una salvezza è possibile, la si deve alla misericordia dei pochi ancora capaci di provare compassione per il prossimo. Perchè abbandonare l'Africa (e le proprie radici) anziché cercare di migliorarla vivendoci, si chiede Olivares, ma si dà una risposta con la citazione finale: perchè non si possono fermare i sogni. La sceneggiatura è elementare, la recitazione modesta ed i dialoghi piatti (anche se il doppiaggio, va detto, non aiuta), ma 14 Kilometros ci lascia comunque una testimonianza necessaria dall'indiscutibile valore morale ed il piacere visivo di immagini (specialmente i paesaggi naturali) di chiara bellezza.


Regia: Gerardo Olivares
Anno: 2007


Giudizio: **1/2

domenica 26 dicembre 2010

20 Sigarette


Testimonianza dell'unico sopravvissuto all'attacco contro la base militare di Nassiriya, in cui il 12 novembre 2003 persero la vita 19 italiani fra soldati e civili. Aureliano Amadei, regista ed autore del libro da cui è tratto il film, è il personaggio principale (interpretato da Vinicio Marchioni) ed è attraverso i suoi ricordi che sono ricostruite tanto le circostanze che lo condussero in Iraq, quanto i tragici momenti dell'attentato e le difficoltà vissute a livello personale nell'accettare l'accaduto e nel gestirne la conseguente esposizione mediatica.
Il forte taglio autobiografico trova riscontro nelle scelte di regia: l'uso della telecamera a mano ed in particolare il ricorso insistito alla soggettiva forza il punto di vista dello spettatore a coincidere con quello di Amadei, di cui è mostrato il percorso di crescita che, da giovane irrequieto frequentatore di centri sociali ed aspirante cineasta, attraverso una sconvolgente esperienza di vita e di morte (di cui porterà per sempre i segni, nel fisico e nell'animo) lo trasformerà in uomo. Nonostante uno "stile gridato ed effettistico" (Dizionario dei Film Mereghetti) ed una "poetica illustrativa, impressionista" (Federico Pontiggia, Cinematografo.it) che hanno fatto storcere la bocca a qualcuno, nonostante qualche concessione al pathos eccessivamente in stile fiction televisiva (l'incontro con i genitori del soldato caduto) ed alcuni passaggi un po' troppo didascalici (il discorso durante la presentazione del libro), di 20 Sigarette colpiscono la sincerità e l'urgenza (nate dalla necessità di ripristinare la verità a fronte delle ricostruzioni ufficiali e delle falsificazioni giornalistiche, ma anche dal bisogno tutto psicologico di elaborare il trauma), le scelte di registro tutt'altro che scontate, la presa di distanza dalle semplificazioni ideologiche e dalle mitizzazioni retoriche (i soldati presentati nè come eroi nè come carnefici, ma come esseri umani). Da non sottovalutare la riflessione (sviluppata attraverso la metafora dell'occhio-telecamera) sul ruolo del cinema quale ultimo mezzo per ristabilire una visione autentica del mondo. Premiato a Venezia, il titolo allude alle sigarette che Amadei, fumatore incallito, fece in tempo a concedersi nel suo breve ma sconvolgente soggiorno iracheno.


Regia: Aureliano Amadei
Anno: 2010


Giudizio: ***

domenica 5 dicembre 2010

Io Sono l'Amore


I Recchi sono esponenti dell'alta borghesia milanese: il patriarca e fondatore dell'azienda tessile di famiglia (Gabriele Ferzetti) ne ha lasciato la guida al figlio Tancredi (Pippo Del Buono), che ha sposato una donna russa, Emma (Tilda Swinton), da cui ha avuto tre figli: il pragmatico Gianluca (Mattia Zaccaro), il sognatore Edoardo (Flavio Parenti), la ribelle Elisabetta (Alba Rohrwacher). L'amico di Edoardo, Antonio (Edoardo Gabbriellini), cuoco talentuoso e passionale, sconvolgerà gli equilibri, scatenando emozioni violente, gelosie e tensioni.
Il regista Luca Guadagnino ha lavorato a questo progetto per dieci anni e lo si vede dalla cura formale che lo rende un affresco visivamente potente ed affascinante: la bellezza delle immagini restituisce il contrasto fra il mondo gelido ed impersonale di casa Recchi, dominato da rituali affettati e snobismo altezzoso, ed il mondo solare e romantico della campagna (vicino San Remo) dove vive Antonio e dove sboccia e si consuma, in scene di sensualità raffinata ed intensa, l'amore clandestino con Emma. Antonio, con quel suo aspetto trasandato e virile ed il suo amore per i sapori genuini ed i piaceri del palato (ed anche della carne) finirà per sprigionare le ipocrisie taciute, le pulsioni represse, gli impeti soffocati che pure albergano in casa Recchi: Emma troverà il vero amore, Elisabetta il coraggio di vivere la propria omosessualità, Edoardo quello di rifiutare le logiche spietate e senz'anima del capitalismo globalizzato. Questo contrasto fra vita e morte, fra autenticità e gelo interiore finice per rivelarsi però dissidio insanabile ed irreparabile e sui personaggi, ormai in balia di emozioni incontrollate, piomberà ineluttabile la tragedia (nella forma della morte di Edoardo). Se per due terzi del film la regia di Guadagnino è un piacere per gli occhi, il montaggio perfetto, l'interpretazione degli attori (la Swinton su tutti, ma anche la Rohrwacher) inappuntabile, lo script efficace nella sua minimalità ellittica, nell'ultima parte prevalgono aspetti più melodrammatici e la credibilità stessa dell'impianto narrativo vacilla, anche se l'eleganza della forma si mantiene inalterata. Opera interessante nel panorama del cinema italiano, capolavoro incompiuto di un regista che comunque mostra qui telento da non sottovalutare.



Regia: Luca Guadagnino
Anno: 2009


Giudizio: ***

martedì 30 novembre 2010

Non è Ancora Domani


Roma, quartiere popolare di San Basilio: Patti (Patrizia Gerardi) e Walter (Walter Saabel) sono una coppia di circensi che vivono in una roulotte e tirano avanti non senza difficoltà. Un giorno Patti trova Asia, una bimba di due anni abbandonata in un parco. Rotti gli indugi iniziali, i due prendono in custodia la piccola, che diviene per tutti "la pivellina". Fino a quando la madre non tornerà a reclamarla.
Tizza Covi e Rainer Frimmel, passato evidente di documentaristi, propongono un cinema-verità che ricorda quello dei Dardenne: ambienti disagiati e caratteri umili, telecamera che segue i personaggi, testimone oculare di una realtà che si mostra in presa diretta, senza mediazioni formali. Quello su cui i registi posano uno sguardo attento ed empatico è un mondo di precarietà e marginalità, stretto nei limiti angusti cui lo costringe la generale diffidenza, ma di cui presentano invece il volto più apertamente umano, la dignità profonda, i vincoli fondati su solidarietà e rispetto, l'assunzione estrema di responsabilità di fronte al prossimo ispirata da una partecipazione totale sul piano morale ed emotivo. Ma questo piccolo film verista è anche invito ad aprirsi all'amore ed alla gioia, come fanno Patti e Walter (ormai troppo vecchi per colmare il proprio bisogno di tenerezza con un figlio) ed il giovanissimo Tairo (che fra polverose partite di pallone e lezioni di storia ripetute controvoglia si scopre fratello maggiore amorevole e premuroso), pur nella consapevolezza che i lampi di felicità che illuminano l'esistenza umana hanno inevitabilmente natura fugace e provvisoria: il senso della vita sta quindi nel saperne godere appieno ed incondizionatamente, finché c'è tempo, finchè non è ancora domani. Premiato in decine di Festival Internazionali (fra cui Cannes) e curiosamente candidato agli Oscar per l'Austria, questo lavoro sentito ed intenso ha forse un limite estetico nella ricerca estremizzata del realismo, anche ricorrendo, fra l'altro, alla recitazione improvvisata di attori non professionisti, che seppur accresce la resa naturalistica, lascia però a tratti una vaga impressione di dilettantismo.



Regia: Tizza Covi e Rainer Frimmel
Anno: 2010


Giudizio: ***1/2

giovedì 4 novembre 2010

My Son, My Son, What Have Ye Done


Brad (Michael Shannon) ha ucciso la madre con una spada e si è barricato in casa, facendo intendere di avere due ostaggi con sè. La polizia ha circondato l'edificio, mentre un detective della omicidi (Willem Dafoe) ascolta le testimonianze della fidanzata e del regista con cui Brad aveva lavorato a teatro, interpretando Oreste nell'Orestea di Eschilo. Attraverso vari flashback sono così ripercorse le diverse tappe della sua pazzia, manifestatasi a partire da un viaggio in Perù.
Due grandi nomi della cinematografia di autore firmano questo film insolito e disturbante, prodotto da David Lynch con Werner Herzog alla regia, e stilisticamente si vede: ottima la fattura, con un uso sapiente della telecamera (rimarchevole più d'una inquadratura), una fotografia pulita e ricca di colori e giochi di luce/ombra, una stretta sinergia fra sceneggiatura, colonna sonora (ora psichedelica, ora melodica) e richezza visiva nelle ambientazioni. Il folle percorso del protagonista (che riprende, per altro, una storia vera) è costellato di suggestioni stranianti (l'ossessione per fenicotteri e struzzi, il delirio sconnesso ed enigmatico, il legame morboso con la madre, le tendenze schizofreniche). Ma le atmosfere, per quanto inquietanti ed ambigue, non bastano a dar spessore e contenuto ad un film surrealista, teatrale e spesso criptico, che non sembra, in verità, aver poi molto da dire, fatto salvo per il significato simbolico e liberatorio del matricidio di Brad e per il tema della identificazione fra attore e personaggio, qui spinto fino alle sue estreme conseguenze.



Regia: Werner Herzog
Anno: 2009


Giudizio: **1/2

martedì 19 ottobre 2010

Affetti e Dispetti


Raquel (Catalina Saavedra) è una governante quarantunenne che da vent'anni presta servizio presso la stessa famiglia. Affettuosamente legata ai bambini che ha cresciuto, oberata dal lavoro domestico nel quale si annulla fino all'esaurimento psicofisico, entra in crisi quando la padrona di casa decide di affiancarle un'aiutante: vedendo messo in discussione il proprio ruolo egemone nelle cose di casa, assume un attegiamento apertamente ostile e sottopone la malcapitata di turno ad ogni possibile angheria. Solo la giovane Lucy (Mariana Loyola) saprà conquistarsi la sua amicizia e finirà per cambiarle la vita.
Al di là del messaggio vagamente buonista (l'apertura al prossimo, il calore umano, la solarità migliorano la vita umana), la commedia del cileno Sebastian Silva si distingue per originalità, attenzione alle caratterizzazioni (il personaggio di Raquel, anche grazie all'acclamata interpretazione della Saavedra, incuriosisce e diverte anche) e per uno stile di regia curato, caratterizzato da una telecamera mobile e sempre vicina ai personaggi che scorta con frequenti piani medi e primi piani. L'osservazione distaccata (sottolineata dalla quasi totale assenza di colonna sonora) è funzionale ad un piccolo studio delle dinamiche familiari, degli atteggiamenti vessatori ed ostracizzanti che possono aver luogo anche in ambito domestico, dell'alienazione stakanovistica che può intorpidire anche la più vitale personalità. Di simpatia contagiosa alcune sequenze, come quella in cui Lucy, chiusa fuori casa da Raquel, ne approfitta per prendere il sole in un improbabile topless o quella del goffo incontro intimo fra Raquel e lo zio di Lucy. Premiato al Sundance. Insensate tanto la traduzione del titolo, quanto la versione italiana della locandina.

Il merito maggiore del film, però, è quello di saper tenere sempre un tono simpaticamente leggero e spensierato (Paolo Mereghetti, Il Corriere della Sera)


Regia: Sebastian Silva
Anno: 2009


Giudizio: ***

venerdì 8 ottobre 2010

Il Tempo Che Ci Rimane


Rivisitazione autobiografica delle vicende della famiglia del regista Elia Suleiman (che, all'inizio ed alla fine del film, interpreta se stesso) dal 1948 (anno di fondazione dello Stato di Israele) fino ai giorni nostri. E' una storia di palestinesi in una terra che non appartiene loro (Suleiman è arabo-israeliano), raccontata attraverso le memorie e le esperienze del padre Faud (Saleh Bakri), ricostruite dai suoi diari, dell'infanzia e dell'adolescenza del giovane Elia ed infine della sua età matura. Non esiste però un filo narrativo propriamente detto, se non labile, si assiste sostanzialmente ad una successione di episodi, situazioni, aneddoti (spesso ripetuti) che ripercorrono oltre mezzo secolo di (impossibile) convivenza fra due popoli: dalla resistenza armata di Faud, all'attivismo politico di Elia, dal suo esilio al ritorno in patria, attonito e sbigottito dall'assurdità di una condizione e dall'immutabilità di un tempo che sembrano dover durare per sempre (il titolo originale è The time that remains), fra l'indifferenza delle nuove generazioni. Suleiman aveva già in passato sorpreso il pubblico occidentale con uno stile capace di fondere spirito militante ed una netta presa di posizione filo-palestinese (e quindi anti-israeliana) con la leggerezza dell'ironia, del paradosso, del nonsense. Si mantiene qui fedele a se stesso, combinando con successo sequenze drammatiche (quella della donna uccisa a sangue freddo dai militari israeliani che stava incitando credendoli ribelli o anche quella che mostra i prigionieri palestinesi inginocchiati, legati e bendati, in un campo d'ulivi) con gag semicomiche (il vicino di casa che si ubriaca e si cosparge di carburante ma non riesce mai a darsi fuoco). La comicità di Suleiman non vuole però introdurre distacco, bensì straniamento di fronte all'insensatezza delle angherie sopportate dai palestinesi e delle paronoie israeliane, con i risultati migliori nell'ultima mezz'ora del film, surreale e vicina, nelle mimiche, ai grandi classici del muto. La sequenza iniziale in cui, sotto un violento temporale, un tassista si smarrisce in un luogo che non conosce e si chiede angosciato ed incredulo cosa stia succedendo è chiaramente metaforica ed evocativa.



Regia: Elia Suleiman
Anno: 2009


Giudizio: ***

martedì 7 settembre 2010

Il Padre Dei Miei Figli


Gregoire (Luis-Do de Lencquesaing), produttore parigino titolare della piccola casa cinematografica Moon Films, è travolto dai debiti ed il fallimento incombente lo induce a togliersi la vita. Gettate nello sconforto, la moglie Sylvia (Chiara Caselli) cerca di risollevare le sorti della società, mentre la figlia adolescente Clemence (Alice de Lancquesaing, la migliore del cast) si appassiona al cinema d'autore, scopre l'esistenza di un fratellastro di cui era all'oscuro, esce con uno sceneggiatore in erba conosciuto per caso, si prende cura delle sorelline. Finirà, con loro e con la madre, per lasciare Parigi.
La giovane e promettente Mia Hansen-Love si ispira alla storia vera di Humbert Balsan, conosciuto personalmente, per girare un film intimista che racconta una piccola grande tragedia, l'angoscia di chi non ce l'ha fatta, la solitudine impotente di chi è rimasto. Per metà il protagonista è Gregoire: uomo dinamico, intraprendente, forse leggero, spinto dall'entusiasmo e l'amore per il cinema verso un baratro senza via di scampo. Poi il film si fa corale, si riempie dei tentativi di colmare il vuoto interiore lasciato da un gesto tanto disperato che spingono Sylvia e la figlia Clemence ad introdursi sommessamente nel mondo che era di Gregoire, per capirlo, per ricordarlo, per "farlo rivivere" attraverso di loro. Questa malinconia ineffabile, questo male di vivere è rappresentato con grande pacatezza di toni, ma se il pudore delle emozioni e dei sentimenti è una dote che solitamente apprezziamo, la distanza a volte è sinonimo di freddezza ed è proprio questa la sensazione che talvolta lascia Il padre dei miei figli, film che mostra l'odissea di un uomo senza però farla sentire fino in fondo, che descrive lo smarrimento dei suoi cari senza però lasciarne le tracce sulla pelle dello spettatore. E'l'unica annotazione ad un film che pure ha molto di buono, non ultime una regia accorta ed una fotografia pregevole.
Le terribili difficoltà a cui vanno incontro le piccole produzioni indipendenti sono denunciate come anticamera della scomparsa di un certo cinema, raffinato ed autoriale, schiacciato dalle regole inumane di un mercato che non sa comprenderlo e rispettarlo.

La qualità più evidente del film è proprio la sua capacità di passare da un piano all’altro, dal cinema alla vita privata, dal «ruolo» di produttore a quello di padre e marito, conservando un’unità di visione che ne fa la vera forza dinamica. (Piero Mereghetti, Il Corriere della Sera)



Regia: Mia Hansen-Love
Anno: 2009


Giudizio: ***

martedì 31 agosto 2010

Oltre le Regole - The Messanger


Il sergente Will (Ben Foster), tornato da poco dall'Iraq, ed il capitano Tony (Woody Harrelson) hanno il gravoso compito di comunicare la caduta dei soldati al fronte alle rispettive famiglie. All'apparenza incompatibili, i due stringono una sincera amicizia che li aiuta a confrontarsi con le proprie difficoltà personali: l'alcolismo di Tony e la sofferta relazione con l'ex-fidanzata Kelly (Jena Malone) per Will, il quale cerca intanto di costruire un nuovo rapporto, complesso e fragile, con Olivia (Samantha Morton).
Il regista debuttante Oren Moverman firma un intenso film anti-bellico (anche se non dichiaratamente) sull'invisibile guerra irachena (finalmente sottratta all'anestetica idealizzazione dei media): attinge, rielaborandolo con intelligenza, al repertorio classico dell'alienazione del reduce (ben codificato nella vasta filmografia post-Vietnam, da Il Cacciatore a Taxi Driver): la morte come destino comune per chi conosce gli orrori del fronte (fisica per i caduti, morale e psicologica per i sopravvissuti), l'inevitabilità di tornare cambiati nell'intimo e devastati nell'animo, l'incapacità di rinserirsi in una vita comunemente ordinaria, l'incomunicabilità del male, il senso di colpa di chi si è salvato. Ma ciò che arricchisce il film di una dimensione più profonda, caricandolo di emotività senza però scadere nei patetismi, è quell'entrare, un po'intrusivo ma toccante, nell'intimità dolorosa di famiglie sconvolte dalla tragedia, dipingendone con tratto garbato e rispettoso la galleria di reazioni: dalla disperazione cieca, al rifiuto rabbioso, dall'incredulità sgomenta, al cordoglio attonito. E'un mondo di anziani, donne e bambini che la mancanza di uomini fa sembrare più indifeso e vulnerabile e che si trova a dover elaborare, con le proprie sole forze, lo sconcerto traumatico del lutto. La forza rivelatoria di alcune sequenze (su tutte, quella disturbante e terribile dell'irruzione dei due, ubriachi e malridotti, al matrimonio di Kelly) e la pregnanza dei dialoghi, la verosimiglianza psicologica e le rarefatte scaglie di ironia ne fanno un film dall'enorme potenziale, purtroppo in (piccola) parte tradito da qualche eccesso di scrittura (il padre irascibile e stizzoso che va a chiedere scusa, il finale vagamente consolatorio), probabilmente inserito per venire incontro ai gusti del grande pubblico. Ma il risultato finale è comunque di invidiabile riuscita. Sceneggiatura premiata a Berlino, Harrelson è stato candidato, come attore non protagonista, sia all'Oscar che al Golden Globe.

"Senza quel finale troppo risolto e qualche eccesso d'enfasi, infatti, il film sarebbe stato tragicamente perfetto" (Boris Sollazzo, cinematografo.it)


Regia: Oren Moverman
Anno: 2009



Giudizio: ***1/2

lunedì 30 agosto 2010

L'Uomo Nell'Ombra



Un ghost writer (un Ewan McGregor in buona forma) viene assunto dallo staff di Adam Lang (Pierce Brosnan), ex primo ministro inglese (evidente alter ego di Blair), per portarne a termine la biografia, in sostituzione del precedessore morto in circostanze non troppo chiare. Man mano che il lavoro procede emergono verità scottanti (connivenze con la CIA, illegalità compiute nell'ambito della lotta al terrorismo e per cui Lang viene inquisito dalla Corte Internazionale di Giustizia dell'Aja). Finale con almeno tre colpi di scena.
Polanski si ispira ad un romanzo di Ed Harris (Il ghostwriter, appunto), coautore della sceneggiatura, e gira un thriller a sfondo complottistico, estremamente classico e dalle atmosfere tese. C'è il tema dell'intrigo internazionale, la polemica politica che tira in ballo il supposto asservimento del governo britannico agli interessi USA nonché le violazioni dei diritti umani compiute dall'amministrazione americana, c'è anche il tema apertamente autobiografico del vivere in uno stato di persecuzione, di costrizione all'autoesilio in un non-luogo, ad un'esistenza precaria, da "ombra" (Polanski ha girato il film nel pieno delle recenti vicissitudini giudiziarie). Oltre questo, però, c'è poco altro: il clima di tensione, pure attentamente costruito, traballa a fronte di sbavature nella sceneggiatura che riducono credibilità e realismo, il finale vorrebbe essere sorprendente, ma in realtà appare piuttosto prevedibile. Neppure la caratterizzazione dei personaggi colpisce, pur nella loro ambivalenza e amibiguità di fondo. E quanto all'ambientazione gotica (un'isola su cui sembra piovere sempre), ha un po'troppo di già visto (guardare il quasi contemporaneo Shutter Island per credere). Resta l'impressione, al di là dei riconoscimenti (fra cui spicca l'Orso d'Argento vinto a Berlino), di un film "irrisolto, tra le sue evidenti ambizioni politiche, autoriali e (auto)biografiche e l'involontaria e gravosa caduta nel genere [...] anzi nel generico." (Federico Pontiggia, cinematografo.it).


Un film hitchcockiano senza se e senza ma. Per i poco sedotti da intrighi internazionali naif e da un cinema dei padri che non si osa toccare, la definizione non è per forza un complimento. (Alessio Guzzano, City)



Regia: Roman Polanski
Anno: 2010


Giudizio: **1/2

venerdì 6 agosto 2010

Perdona e Dimentica

Tre sorelle sono alle prese con i propri crucci esistenziali: Joy (Shirley Henderson), che si occupa della riabilitazione dei detenuti, ha sulla coscienza il suicidio dell'ex-fidanzato e dovrà presto far i conti anche con quello del marito, pervertito sessuale che non è riuscita a redimere; Trish (Allison Janney) cerca di ricostruirsi una vita e di tirare su i tre figli (la piccola Chloe, il tredicenne Timmy (Dylan Riley Snyder) alle prese com il suo bar mitzvah, una sorta di prima comunione ebraica, e lo studente universitario Billy (Ciaran Hinds)) avuti da un marito che è in carcere per pedofilia; Helen, scrittrice e sceneggiatrice di gran fama, è schiacciata dal peso del proprio stesso successo.
Todd Solondz, regista indipendente e coscienza critica del ceto medio americano, riprende i personaggi del precedente Happiness ed affronta i temi, citati con ripetività quasi ossessiva, del "perdonare" e del "dimenticare", quali possibili soluzioni ai drammi ed alle conflittualità del passato ed alla dolorosa tragicità del vissuto personale. Tuttavia la conclusione a cui sembra approdare è tutt'altro che rassicurante: entrambi sono meccanismi di rimozione, alternativi eppure complementari, diversi eppure strettamente connessi, che non conducono ad una vera accettazione critica e consapevole delle piccole e grandi mostruosità della vita: nessun personaggio sembra poter dimenticare (nè la famiglia di Trish l'orrore della pedofilia paterna, nè Joy il male fatto ai suoi compagni) e, soprattutto, nessuno sembra davvero poter perdonare, se non, con patetica mediocrità, se stesso. Quella ritratta è un America che attraversa tempi difficili (i metaforici "tempi di guerra" del titolo originale Life During Wartime), di grande disorientamento sia individuale che collettivo (ed in questo senso il film è fra i più politici del regista, come lui stesso ha riconosciuto, lambendo tematiche come l'insicurezza legata alla minaccia terroristica, il razzismo, l'omosessualità), tempi a cui pare incapace di escogitare risposte che non siano malcelate nevrosi, un'anestetica indifferenza od un inquietante abuso di psicofarmaci.
Superbamente Solondz riesce a sposare profondità dell'analisi psicologica, dirompenza ed asprezza dell'indagine socio-antropologica con un sarcasmo velenoso che colpisce al cuore le ipocrisie della media borghesia. Meno ineccepibile appare però la costruzione filmica, non tanto per qualche mancanza nella sceneggiatura (la vicenda della terza sorella, Helen, resta appena abbozzata e piuttosto avulsa), quanto per la assoluta preponderanza del dialogico sul visivo/narrativo: il film è una successione di conversazioni a due (scandite con l'uso insistito del controcampo) che lascia poco spazio a tutto il resto. Un modo di fare cinema che, personalmente, troviamo piuttosto riduttivo.



Regia: Todd Solondz
Anno: 2009


Giudizio: ***

sabato 17 luglio 2010

L'Uomo che Verrà



Colli bolognesi, 1943-1944: Martina (Greta Zuccheri Montanari, talentuosa esordiente), figlia di mezzadri, è una bambina che tace dalla morte del fratellino in fasce. La madre è di nuovo incinta e lei attende la nascita del nuovo bimbo con trepidazione. Intanto, c'è la guerra: i giovani partigiani si nascondono nei boschi e tornano in paese di tanto in tanto, furtivamente, per sfamarsi o farsi medicare; i tedeschi sono una presenza lontana, che si manifesta saltuariamente per requisire vino, uova, a volte bestiame, oppure per dare la caccia ai ribelli. Fino a quando non esploderà la più tremenda delle violenze: il rastrellamento di donne, vecchi e bambini e la loro spietata esecuzione. E'una delle più grandi carneficine di civili avvenute durante la seconda Guerra Mondiale, passata alla storia come eccidio di Monte Sole (o strage di Marzabotto, dal nome di uno dei paesi coinvolti). Nel frattempo il piccolo è nato e Martina, che è riuscita coraggiosamente a metterlo in salvo, riprende a parlare.

Giorgio Diritti affronta una delle pagine più nefaste (e più occultate) della storia moderna italiana, raccontandola attraverso la quotidianità agraria di una comunità di contadini, delle sue tradizioni condivise, dei suoi riti collettivi, del suo legame con la natura, del lento alternarsi delle stagioni. La meticolisità con cui è curata la ricostruzione iconografica (nei costumi e negli ambienti) ha sapore verista (accentuato dal parlato dialettale, sottotitolato), ma va oltre, trascendendo nel lirismo pittorico dell'elegia bucolica, pur senza idealizzazioni idilliche. Nell'immutabilità di questo universo secolare, la guerra è percepita come distante, come solo l'ennesima delle tribolazioni ataviche che da sempre affrontano, giorno dopo giorno, gli stanchi abitanti di quelle colline. Ma quando, inesorabile, giunge l'appuntamento con l'assurda violenza della Storia, vanno in frantumi certezze antiche, maturate nella cornice di una religiosità popolare che improvvisamente perde senso: mentre la mitragliatrice spara, la telecamera s'innalza verso la croce sul tetto di una chiesa e poi al cielo, ponendo interrogativi che restano senza risposta, mentre chi è sopravvissuto seppellisce, assieme ai propri cari, statuette di Madonne e Santi, colpevoli di non averli saputi proteggere. Il senso della tragedia è reso con umanità e partecipazione, ma senza enfatizzazioni romanzate, scegliendo "una strada antiretorica" (Federico Pedroni, I Duellanti). Il finale è un magnifico messaggio di speranza ed impegno morale: di Martina, il cui silenzio è un urlo di caparbia protesta contro l'arbitrarietà di un fato crudele, sentiamo finalmente la voce (nella dolce melodia di un canto), mentre culla il piccolo neonato sottratto alla follia di un'umanità che ha mostrato l'abisso di atrocità di cui è capace. E'lui "l' uomo che verrà", il simbolo di un futuro che sarà libero nella misura in cui saprà far tesoro della lezione della memoria.
Tecnicamente, le soluzioni e le intuizioni di Diritti sono di sorprendente efficacia: fra le più felici la scelta del punto di vista, che è quasi sempre quello della piccola protagonista, le vicende sono quindi filtrate dal suo sguardo sognante ma attento e proiettate in un mondo fantastico, scevro da classificazioni o pregiudizi ideologici (altrimenti inevitabili per un tema delicato come la Resistenza, qui presentata con onestà, come un'urgenza civile e come rappresaglia di chi non tollera abusi ed usurpazioni), in cui ribelli e nazisti sono osservati con la stessa ingenua curiosità ed in cui "molti vogliono ammazzare qualcun altro", anche se non se ne capisce il perché. La fotografia, poi, con le sue tonalità calde e morbide, regala scorci che sembrano cartoline, mentre la telecamere a volte insegue mobile i personaggi, a volte indugia in campi lunghi e piani sequenza sobri e suggestivi.
Bellissimo, ricco, profondo, impeccabile. Ma dati i (discutibili) gusti del grande pubblico, è stato distribuito con il contagocce.


Diritti [...] riesce a regalarci una delle più belle prove di un cinema finalmente necessario, di altissimo rigore morale e insieme di appassionante e coinvolgente forza civile. Un capolavoro. (Paolo Mereghetti, Il Corriere della Sera)



Regia: Giorgio Diritti
Anno: 2009


Giudizio: *****

mercoledì 7 luglio 2010

Donne Senza Uomini



Da un romanzo di Parsipur, ambientato nell'Iran del 1953. Quattro donne cercano di sottrarsi alla opprimente claustrofobia della loro condizione: Fakhri (Arita Shahrzad) lascia il marito, generale autoritario ed arido; Zarin (Orsolya Toth) scappa dal bordello in cui è costretta a prostituirsi; Munis (Shabnam Toloui) preferisce la clandestinatà dell'attivismo politico alla segregazione impostale dal fratello fondamentalista; Faezeh (Pegah Feydoni) abbandona la propria intransigente castigatezza dopo aver perso, in uno stupro, la verginità gelosamente custodita. La fuga nell'isolata villa di campagna dove appare, per un momento, possibile una vera libertà, dura lo spazio di un'illusione: il processo democratico voluto dal Primo Ministro Mossadeq è già al tramonto e le ombre del colpo di Stato e della restaurazione assolutista sono alle porte.
Da sempre sensibile al tema del ruolo della donna nella cultura islamica, l'artista visiva Shirin Neshat, pur non rinnegando i suoi trascorsi nelle video-arte, tenta la via del lungometraggio cinematografico, realizzando un film a due livelli. Da un lato ricostruisce con accuratezza e verosimiglianza il contesto storico ed il clima politico del tempo, sviluppando un parallelismo che parla, attraverso il passato, del presente dell'Iran odierno, delle sue utopie, delle sue ipocrisie, del suo bisogno di libertà (rappresentato dalla villa fuori città, un Eden fantastico, un luogo sospeso di indipendenza, emancipazione e, autobiograficamente, esilio). Al tempo stesso Neshat non esita ad imboccare sentieri simbolici, ad inseguire suggestioni oniriche, a concedersi spunti surrealisti, ad affidarsi all'espressività evocativa delle ambientazioni e e dei paesaggi. Il "realismo magico" (Fabio Ferzetti, Il Messagero) che ne risulta è affascinante, ma ci restituisce un film che "spesso si ripiega, inceppa, scarta" (Daniela Zanolin, Segnocinema), narrativamente disomogeneo, forse troppo costruito e ricercato nello stile, con una voce fuori campo che spiega troppo. Ammirevole la fotografia, basata sui chiaroscuri e sul contrasto cromatico bianco/nero. Premiato a Venezia.



Regia: Shirin Neshat
Anno: 2009


Giudizio: ***

lunedì 28 giugno 2010

Lourdes



La giovane Christine (Sylvie Testud), affetta da sclerosi a placche e completamente paralizzata, partecipa ad un pellegrinaggio di gruppo al santuario di Lourdes, più per distrarsi che per reale devozione. Man mano che prende parte alle cerimonie rituali previste durante il soggiorno, sogni premonitori annunciano il prodigio, fin quando il miracolo si compie (o è solo una fase di remissione della malattia?) e Christine riprende a camminare.
La trama apparentemente semplice cela un film complesso ed enigmatico. La Hausner persegue vari intenti, primo fra i quali ritrarre, col distacco di una placida ironia, la mercificazione del culto, il cattivo gusto del kitsch (i negozi di souvenir, le stautine della Madonna, il premio per il "miglior pellegrino", la foto di gruppo, il pacchetto viaggio che comprende feste e gite organizzate), ma anche il misticismo pagano di chi non coglie la dimensione spirituale dell'esperienza ("cosa bisogna fare esattamente" per essere guariti, chiede un'anziana signora), la miseria morale di chi malcela l'invidia per la miracolata, lo scetticismo dei volontari e degli stessi religiosi, nessuno dei quali, al di là delle preconfezionate risposte di circostanza, sembra davvero credere in qualcosa, tantomeno nei miracoli. Su un diverso piano, mostra la solitudine degli infermi, la loro quotidiana rinuncia alla normalità, il bisogno di calore umano che stride con la superficialità svampita delle accompagnatrici, più attente alla ricerca di un flirt o di un divertimento serale che preoccupate di offrire cure e sollievo ai bisognosi. Tanto che il vero male, sembra forse essere il messaggio, è quello interiore e la felicità (come cantano Albano e Romina nella canzone che accompagna la sequenza finale) va ricercata nelle semplicità, nell'apertura al prossimo, nella capacità di accettare la propria condizione e di godere dei fugaci attimi di gioia che la vita offre, piuttosto che nell'imponderabilità di un atto miracoloso. Il finale resta comunque aperto ed immune da schematizzazioni e semplicismi.
Lo stile della Hausner è volutamente scarno, minimalista, essenziale eppure capace di riprodurre fedelmente le atmosfere religiosamente comunitarie (molte, non per caso, le sequenze corali) di un luogo di pellegrinaggio e preghiera. La sceneggiatura, fatta più di vuoti che di pieni, più di silenzi che di parole, conferisce staticità (accentuata dalle inquadrature) ad un film che "con un senso del quadro che ricorda Kaurismaki, impagina i personaggi come fossero i figuranti di una serie di tableaux vivants" (Luca Malavasi, Cineforum). Tipico caso di film dalla fruizione non immediata, difficile da giudicare, osannato dalla critica (fin troppo), ma misconosciuto dai più. Interessante e singolare la vittoria a Venezia sia del premio Signis, conferito dall'Organizzazione Cattolica Internazionale per il Cinema, sia il premo Brian, assegnato dall'Unione Atei e Agnostici Razionalisti.

Ogni scena corrisponde ad un quadro fisso [...], ogni azione è inserita sapientemente in un'armonia di geometrie e colori che gioca su contrasto e opposizione. (Nicoletta Dose, mymovies.it)


Regia: Jessica Hausner
Anno: 2009


Giudizio: ***

mercoledì 16 giugno 2010

Tra Le Nuvole


Tratto da un romanzo di Kirn: Ryan (George Clooney), scapolo incallito e perennemente in viaggio per lavoro, è un "tagliatore di teste" la cui professione consiste nel licenziare le persone. Avulso da vincoli personali ed impegni sentimentali, si trova a confrontarsi con l'affascinante Alex (Vera Farmiga), conosciuta per caso e con cui avvia una relazione, e con la giovanissima Natalie (Anna Kendrick), collega ambiziosa ed intraprendente. Ne uscirà (in parte) trasformato.
Reitman si rivela acuto osservatore della realtà, riuscendo a cogliere con la precisione pungente dell'ironia molti dei tic e delle alienazioni della modernità: la frenesia dei ritmi di vita, la meccanica ripetività dei gesti, la spersonalizzazione dei rapporti umani, il cinismo del sistema socio-economico, l'ossessione tecnologica. Affronta anche, senza retorica, il problema drammaticamente attuale (specialmente negli Stati Uniti) della crisi e delle sue conseguenze sociali: licenziamenti in massa, perdita di status sociale, abbassamento del tenore di vita. Più in profondità ancora, si interroga scopertamente sul senso della vita, mostrando la solitudine di persone che o rifuggono infantilmente dalle responsabilità dei legami interpersonali o cercano una vuota evasione dal grigiore della quotidianità o si affannano nel tentativo di conciliare la propria umanità con la spietatezza dell'arrivismo. Quando, a mezz'ora dalla fine, il film sembra bonariamente avviato ad uno scialbo finale consolatorio, ne comincia invece la parte migliore, in cui l'umorismo assume un retrogusto più amaro, sconsolato (emblematicamente beffarda la scena in cui Ryan raggiunge finalmente l'agognata meta dei 10 milioni di miglia proprio nel momento in cui prende coscienza della vacuità del proprio stile di vita). Commedia gradevole e intelligente, anche se un po' troppo ritagliata su misura sul mito di George Clooney, eterno playboy nella vita e (in questa occasione) sullo schermo. Molte candidature (oscar, golden globes), pochi premi.


Una delle qualità del film, la sua capacità di parlare dell'oggi senza edulcorare la realtà, riducendo tutto a commediola, ma anche senza dover fare prediche (Paolo Mereghetti, Il Corriere della Sera)


Regia: Jason Reitman
Anno: 2009


Giudizio: ***


mercoledì 2 giugno 2010

Il Concerto


Primi anni '80, nell'Unione Sovietica di Brezhnev un concerto dell'Orchestra del celebre teatro Bol'soj di Mosca viene brutalmente interrotto, in quanto, contrariamente ai recenti dettami del Partito, la maggior parte dei musicisti sono ebrei. Gli orchestranti sono banditi dalla professione e costretti a barcamenarsi con i lavori più umili, quando non sono deportati in Siberia per opposizione al regime. Trent'anni più tardi, il maestro Andrei Filipov, cogliendo una favorevole occasione, riesce con una benevola impostura a ricostituire l'orchestra di allora ed a ripetere il medesimo concerto di Tchaikovsky, stavolta a Parigi, con immenso successo di pubblico e critica.
Il rumeno Mihaileanu lavora su due piani: racconta, con toni lievi e gradevoli, una favola moderna che vuole riuscire commovente e poetica ed al tempo stesso descrive con ironia le trasformazioni sociali della Russia post-comunista: le misere condizioni di vita, l'arrabattarsi quotidiano, l'illegalità diffusa, la prepotenza violenta degli oligarchi, il buffo anacronismo dei nostalgici. Sullo sfondo, il ricordo di un ideale, quello collettivista, che al di là delle degenerazioni storiche avevo acceso molti animi e che trova nell'orchestra, in cui i singoli si mettono a servizio dell'armonia comune, la metafora più evidente. De Il Concerto ci è piaciuta la scrittura leggera, ma ne abbiamo colto anche i limiti: le concessioni ad una comicità troppo scontata (la scena della sparatoria durante il matrimonio per esempio), la tendenza bozzettistica, le tinte melodrammatiche del finale.


Regia: Radu Mihaileanu
Anno: 2009


Giudizio: **1/2

martedì 18 maggio 2010

Crazy Heart


Cantante country ormai vicino ai sessanta, Bad Blake (un bravo Jeff Bridges) è in pieno declino artistico, in bolletta ed allo sbando nella vita. Soffoca nell'alcol, di cui è schiavo, il rimpianto dei tempi in cui era in auge, il rimorso per i matrimoni falliti ed il figlio abbandonato da piccolo, l'incapacità di accettare il successo di Tommy (Colin Farrell), un tempo suo allievo ed ora star popolare ed acclamata. Con l'affettuoso supporto dei vecchi amici e grazie al legame con la giovane Jean (Maggie Gyllenhaal) e suo figlio Buddy, Bad riesce a rimettersi in carreggiata, sia da un punto di vista professionale (torna a comporre, proprio per Tommy, una canzone di successo dopo una lunga crisi di ispirazione), che esistenziale (smette di bere e ritrova l'entusiamo di vivere).
Tratto da un romanzo di Thomas Cobb, Crazy Heart ripropone in modi convenzionali una storia già di per sè non particolarmente originale (evidente la somiglianza con The Wrestler, anche se Crazy Heart è più visceralmente americano), raccontando la parabola discendente di un uomo, solo, verso l'autodistruzione psico-fisica, finché la mediazione di una donna redentrice non ne rende possibile la riabilitazione. Ma non è una favola buonista: i nodi del passato restano irrisolti e l'amore sognato si rivela impossibile. Passa comunque il messaggio ottimistico che c'è sempre, per tutti, un'occasione per ricominciare, un'altra possibilità.
Pur mancando forse quella intensità drammatica che lo avrebbe reso più di un buon film, può vantare una prova corale degli attori degna di encomio ed una colonna sonora di canzoni country originali di tutto rispetto.


Regia: Scott Cooper
Anno: 2009

Giudizio: ***