mercoledì 29 dicembre 2010

La Classe


Ispirato ad un libro di Francois Begaudeau (passato di insegnante e qui anche attore protagonista) ed interamente girato "tra le mura" (come recita il titolo originale, Entre les murs) di una scuola media della periferia parigina. E' un film-documentario sulla condizione del sistema scolastico francese, affetto da problemi di integrazione (in classe vi sono francesi, malesi, antillani, cinesi, ecc) ed alle prese con l'insolente indolenza degli studenti da un lato e la stanca rassegnazione dei professori dall'altro. Cantet non giustifica i primi (pur mostrandone qualità che gli adulti non sanno cogliere: c'è chi, insospettabilmente, legge Platone!), nè si schiera coi secondi, di cui sembra comprendere la frustrazione ma ne riconosce impietosamente l'incapacità di penetrare la complessità enigmatica del mondo adolescenziale (con la complicazione della promiscuità etnica che mette in crisi il concetto stesso di identità condivisa). Se a fronte del precipitare di una situazione che diviene ogni giorno più ingestibile e fuori controllo (quasi nessuno studia, la disciplina non esiste, il confronto fra alunni ed insegnanti è un duello quotidiano all'insegna dell'incomunicabilità, dell'ostilità, della perdita di fiducia) il corpo docente non sa produrre idee migliori di una patetica "patente a punti" (per poi passare frettolosamente a discutere il più urgente problema del distributore del caffè!), è chiaro che la responsabilità è collettiva e la società non può esimersi dal farsene carico. Tanto che l'ammonimento di Cantet sembra voler essere più generale, con un occhio rivolto a certe soluzioni, sbrigativamente autoritarie, elaborate dagli ambienti più conservatori della società francese in risposta alle difficili sfide della modernità. Produzione intelligente ed interessante, La Classe paga però un certo squilibrio in favore del momento dialogico (è un film parlato prima che recitato) e forse si limita troppo nel mostrare determinati comportamenti e malesseri, senza riuscire a coglierne fino in fondo ragioni ed origini. Palma d'Oro a Cannes, primo film francese dal 1987. Il cast è interamente composto da reali insegnanti, studenti e relativi genitori.


Regia: Laurent Cantet
Anno: 2008


Giudizio: ***

martedì 28 dicembre 2010

14 Kilometros


Violeta (Aminata Kanta) viene dal Mali ed è in fuga da un matrimonio con un uomo sgradevole, a cui la famiglia l'ha venduta per una decina di vacche. Buba (Adoum Moussa) invece ha lasciato il Niger per inseguire un sogno: diventare un calciatore ricco e famoso. Sono entrambi diretti in Europa e le loro strade si uniranno, si separeranno e si incroceranno di nuovo in un viaggio della speranza che li condurrà, fra mille difficoltà, dal Mali all'Algeria, al Marocco ed infine in Spagna.
Olivares sovrappone ad un materiale da documentario una storia semplice e dura per raccontare l'odissea di chi si avventura lungo i percorsi dell'immigrazione clandestina, dall'Africa equatoriale fino alla costa marocchina per poi affrontare su barconi di fortuna i quattordici kilometri di mare (che danno il titolo al film) dello stretto di Gibilterra. Man mano che il cammino avanza ed il paesaggio si trasforma (dal deserto del Sahara, agli altopiani algerini, alle città marocchine, tutti stupendamente ripresi dalla telecamera di Olivares) si moltiplicano le angherie, gli inganni, i sacrifici, le delusioni, le sofferenze e se una salvezza è possibile, la si deve alla misericordia dei pochi ancora capaci di provare compassione per il prossimo. Perchè abbandonare l'Africa (e le proprie radici) anziché cercare di migliorarla vivendoci, si chiede Olivares, ma si dà una risposta con la citazione finale: perchè non si possono fermare i sogni. La sceneggiatura è elementare, la recitazione modesta ed i dialoghi piatti (anche se il doppiaggio, va detto, non aiuta), ma 14 Kilometros ci lascia comunque una testimonianza necessaria dall'indiscutibile valore morale ed il piacere visivo di immagini (specialmente i paesaggi naturali) di chiara bellezza.


Regia: Gerardo Olivares
Anno: 2007


Giudizio: **1/2

domenica 26 dicembre 2010

20 Sigarette


Testimonianza dell'unico sopravvissuto all'attacco contro la base militare di Nassiriya, in cui il 12 novembre 2003 persero la vita 19 italiani fra soldati e civili. Aureliano Amadei, regista ed autore del libro da cui è tratto il film, è il personaggio principale (interpretato da Vinicio Marchioni) ed è attraverso i suoi ricordi che sono ricostruite tanto le circostanze che lo condussero in Iraq, quanto i tragici momenti dell'attentato e le difficoltà vissute a livello personale nell'accettare l'accaduto e nel gestirne la conseguente esposizione mediatica.
Il forte taglio autobiografico trova riscontro nelle scelte di regia: l'uso della telecamera a mano ed in particolare il ricorso insistito alla soggettiva forza il punto di vista dello spettatore a coincidere con quello di Amadei, di cui è mostrato il percorso di crescita che, da giovane irrequieto frequentatore di centri sociali ed aspirante cineasta, attraverso una sconvolgente esperienza di vita e di morte (di cui porterà per sempre i segni, nel fisico e nell'animo) lo trasformerà in uomo. Nonostante uno "stile gridato ed effettistico" (Dizionario dei Film Mereghetti) ed una "poetica illustrativa, impressionista" (Federico Pontiggia, Cinematografo.it) che hanno fatto storcere la bocca a qualcuno, nonostante qualche concessione al pathos eccessivamente in stile fiction televisiva (l'incontro con i genitori del soldato caduto) ed alcuni passaggi un po' troppo didascalici (il discorso durante la presentazione del libro), di 20 Sigarette colpiscono la sincerità e l'urgenza (nate dalla necessità di ripristinare la verità a fronte delle ricostruzioni ufficiali e delle falsificazioni giornalistiche, ma anche dal bisogno tutto psicologico di elaborare il trauma), le scelte di registro tutt'altro che scontate, la presa di distanza dalle semplificazioni ideologiche e dalle mitizzazioni retoriche (i soldati presentati nè come eroi nè come carnefici, ma come esseri umani). Da non sottovalutare la riflessione (sviluppata attraverso la metafora dell'occhio-telecamera) sul ruolo del cinema quale ultimo mezzo per ristabilire una visione autentica del mondo. Premiato a Venezia, il titolo allude alle sigarette che Amadei, fumatore incallito, fece in tempo a concedersi nel suo breve ma sconvolgente soggiorno iracheno.


Regia: Aureliano Amadei
Anno: 2010


Giudizio: ***

martedì 21 dicembre 2010

Still Life


Il minatore Han (Han Sanming) cerca la moglie e la figlia, che non vede da sedici anni. L'infermiera Shen (Zhao Tao) è invece sulle tracce del marito, di cui non ha notizie da due. Entrambe le ricerche avranno successo, ma se in un caso l'incontro sarà un ritrovarsi, nell'altro durerà soltanto lo spazio di un addio. Sullo sfondo la costruzione della monumentale diga delle Tre Gole sul fiume Azzurro.
C'è più il piglio del documentarista che quello del narratore in questo malinconico film del regista cinese Jia Zhang-ke che racconta le storie, speculari ma opposte, di due anime in pena, del loro tentativo di recuperare un passato che non c'è più per poter ricostruire, a partire da esso, una nuova vita, un altro futuro. Ma se la narrazione, che si dipana lenta e senza sussulti ma non senza divagazioni ed incertezze, non convince più di tanto (così come i dialoghi, stringati e inespressivi), più interessante è senz'altro l'immagine offerta, suggestiva e realistica, di una Cina faticosamente avviata verso la modernità (la denuncia del cui costo è il messaggio politico sotteso), del contrasto fra oggetti, persone, ambienti ed atmosfere che sembrano sospesi e fuori dal tempo ed il procedere inesorabile ed incessante del progresso tecnologico e delle trasformazioni sociali. La bellezza figurativa con cui Jia Zhang-ke ha ritratto il decadente paesaggio urbano dei ruderi abbandonati ed in via di demolizione gli è valso il Leone d'Oro a Venezia. Spunti surreali e la significativa metafora finale dell'equilibrista completano il quadro.


Due tristi storie d’amore narrate con uno stile essenziale e minimalista fanno da contrappunto a uno spaccato sulla realtà sociale della Cina odierna, ritratta [...] attraverso i toni spenti e opachi di un paesaggio grigio e umido, specchio delle due anime inquiete protagoniste del film (Chiara Renda, mymovies.it)



Regia: Jia Zhang-ke
Anno: 2006


Giudizio: **1/2

mercoledì 15 dicembre 2010

Il Matrimonio di Lorna


L'albanese Lorna (Arta Dobroshi) ha sposato il tossicodipendente Claudy (Jeremie Renier) in un matrimonio combinato, per ottenere la cittadinanza belga. Claudy, che se ne è innamorato, trova solo in lei la forza per uscire dal tunnel della droga, ma Lorna ha già chiesto il divorzio: deve sposare un russo in un secondo matrimonio fittizio, organizzato dal poco raccomanabile tassista Fabio (Fabrizio Rongione), che non esiterà a sbarazzarsi di Claudy con una finta overdose. Ma per Lorna le cose cambiano quando scopre di essere incinta di Claudy.
Quello dei fratelli Dardenne è un cinema che guarda a chi vive ai margini, un cinema che puzza di verità, caratterizzato da un "approccio con la realtà duro, intransigente, in cui lasciano parlare i fatti" (Il Dizionario dei Film Morandini). Un cinema che pedina i propri personaggi (nonostante il passaggio dai 16 mm alla meno mobile telecamera da 35 mm) nelle proprie personali odissee che in questo film si chiamano immigrazione, tossicodipendenza, sottobosco di illegalità piccole e grandi. Un cinema, ancora, che sa anche parlare il linguaggio umanissimo delle emozioni, come nella bella sequenza in cui Lorna si offre (in senso metaforico e carnale) a Claudy, in un gesto estremo di affettuosa pietà. Oppure quando Lorna non vuole smettere di credere a quella gravidanza immaginaria che cela un profondissimo senso di colpa, ma che è anche fuga simbolica da una realtà troppo dura e spietata, in cui anche inseguire un sogno semplice come aprire un bar col fidanzato significa doversi sporcare le mani e dimenticare ogni forma di coscienza. Premiato per la sceneggiatura a Cannes, è il terzo film in dieci anni dei Dardenne che ancora una volta hanno fatto pienamente centro.


Regia: Jean-Pierre e Luc Dardenne
Anno: 2008


Giudizio: ****

domenica 5 dicembre 2010

Io Sono l'Amore


I Recchi sono esponenti dell'alta borghesia milanese: il patriarca e fondatore dell'azienda tessile di famiglia (Gabriele Ferzetti) ne ha lasciato la guida al figlio Tancredi (Pippo Del Buono), che ha sposato una donna russa, Emma (Tilda Swinton), da cui ha avuto tre figli: il pragmatico Gianluca (Mattia Zaccaro), il sognatore Edoardo (Flavio Parenti), la ribelle Elisabetta (Alba Rohrwacher). L'amico di Edoardo, Antonio (Edoardo Gabbriellini), cuoco talentuoso e passionale, sconvolgerà gli equilibri, scatenando emozioni violente, gelosie e tensioni.
Il regista Luca Guadagnino ha lavorato a questo progetto per dieci anni e lo si vede dalla cura formale che lo rende un affresco visivamente potente ed affascinante: la bellezza delle immagini restituisce il contrasto fra il mondo gelido ed impersonale di casa Recchi, dominato da rituali affettati e snobismo altezzoso, ed il mondo solare e romantico della campagna (vicino San Remo) dove vive Antonio e dove sboccia e si consuma, in scene di sensualità raffinata ed intensa, l'amore clandestino con Emma. Antonio, con quel suo aspetto trasandato e virile ed il suo amore per i sapori genuini ed i piaceri del palato (ed anche della carne) finirà per sprigionare le ipocrisie taciute, le pulsioni represse, gli impeti soffocati che pure albergano in casa Recchi: Emma troverà il vero amore, Elisabetta il coraggio di vivere la propria omosessualità, Edoardo quello di rifiutare le logiche spietate e senz'anima del capitalismo globalizzato. Questo contrasto fra vita e morte, fra autenticità e gelo interiore finice per rivelarsi però dissidio insanabile ed irreparabile e sui personaggi, ormai in balia di emozioni incontrollate, piomberà ineluttabile la tragedia (nella forma della morte di Edoardo). Se per due terzi del film la regia di Guadagnino è un piacere per gli occhi, il montaggio perfetto, l'interpretazione degli attori (la Swinton su tutti, ma anche la Rohrwacher) inappuntabile, lo script efficace nella sua minimalità ellittica, nell'ultima parte prevalgono aspetti più melodrammatici e la credibilità stessa dell'impianto narrativo vacilla, anche se l'eleganza della forma si mantiene inalterata. Opera interessante nel panorama del cinema italiano, capolavoro incompiuto di un regista che comunque mostra qui telento da non sottovalutare.



Regia: Luca Guadagnino
Anno: 2009


Giudizio: ***

sabato 4 dicembre 2010

Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni


Alfie (Anthony Hopkins) è in piena crisi di terza età: ha scoperto la paura della fine ed ha lasciato la moglie Helena (Gemma Jones) per sentirsi nuovamente giovane sposando una escort avvenente e scaltra (Lucy Punch). Helena, dal canto suo, è caduta in depressione, ma trova forza nelle rosee previsioni di una cartomante ed in qualche bicchierino di troppo. La figlia Sally (Naomi Watts), intanto, è in crisi matrimoniale col marito Roy (Josh Brolin), scrittore privo d'ispirazione, e finisce per innamorarsi del proprio datore di lavoro (Antonio Banderas), mentre Roy fa la corte alla vicina (Freida Pinto). Ne succederanno delle belle.
Nuova commedia d'ambientazione londinese per Woody Allen, con ben evidente l'inconfondibile marchio di fabbrica dell'autore: molto parlato, ironia pungente, battute divertenti, personaggi singolari, situazioni comuni agli ambienti borghesi benestanti e colti sarcasticamente dipinte nella propria paradossale assurdità. Ai soliti temi (l'instancabile ricerca della felicità, la curiosa contraddittorietà delle dinamiche che regolano i rapporti umani, il ruolo del caso e delle circostanze, l'insensatezza della vita) se ne aggiungono alcuni più amari forse ispirati dalla senilità di un Allen ormai settantacinquenne (paura della solitudine e della morte). Ma la riflessione più interessante ed originale è centrata sulle illusioni: è possibile farne a meno o sono un ingrediente essenziale nella ricetta della serenità? Aiutano a vivere una vita incontrollabile in cui anche un banale malinteso può cambiare il destino di una persona (come accade in una delle trovate più esilaranti del film) o sono mero autoinganno, insulso e vano? La risposta sembra stare in un finale (più aspro dell'apparenza) in cui solo la stralunata Helena ed il suo nuovo, ridicolo compagno Jonhatan (Roger Ashton-Griffiths) sembrano riuscire a coronare il proprio amore. Per un regista che sforna un film all'anno, avere ancora da dire non è cosa banale ed induce a perdonare la ripetitività di uno stile che non sa e non vuole più rinnovarsi.



Regia: Woody Allen
Anno: 2010


Giudizio: ***1/2

martedì 30 novembre 2010

Non è Ancora Domani


Roma, quartiere popolare di San Basilio: Patti (Patrizia Gerardi) e Walter (Walter Saabel) sono una coppia di circensi che vivono in una roulotte e tirano avanti non senza difficoltà. Un giorno Patti trova Asia, una bimba di due anni abbandonata in un parco. Rotti gli indugi iniziali, i due prendono in custodia la piccola, che diviene per tutti "la pivellina". Fino a quando la madre non tornerà a reclamarla.
Tizza Covi e Rainer Frimmel, passato evidente di documentaristi, propongono un cinema-verità che ricorda quello dei Dardenne: ambienti disagiati e caratteri umili, telecamera che segue i personaggi, testimone oculare di una realtà che si mostra in presa diretta, senza mediazioni formali. Quello su cui i registi posano uno sguardo attento ed empatico è un mondo di precarietà e marginalità, stretto nei limiti angusti cui lo costringe la generale diffidenza, ma di cui presentano invece il volto più apertamente umano, la dignità profonda, i vincoli fondati su solidarietà e rispetto, l'assunzione estrema di responsabilità di fronte al prossimo ispirata da una partecipazione totale sul piano morale ed emotivo. Ma questo piccolo film verista è anche invito ad aprirsi all'amore ed alla gioia, come fanno Patti e Walter (ormai troppo vecchi per colmare il proprio bisogno di tenerezza con un figlio) ed il giovanissimo Tairo (che fra polverose partite di pallone e lezioni di storia ripetute controvoglia si scopre fratello maggiore amorevole e premuroso), pur nella consapevolezza che i lampi di felicità che illuminano l'esistenza umana hanno inevitabilmente natura fugace e provvisoria: il senso della vita sta quindi nel saperne godere appieno ed incondizionatamente, finché c'è tempo, finchè non è ancora domani. Premiato in decine di Festival Internazionali (fra cui Cannes) e curiosamente candidato agli Oscar per l'Austria, questo lavoro sentito ed intenso ha forse un limite estetico nella ricerca estremizzata del realismo, anche ricorrendo, fra l'altro, alla recitazione improvvisata di attori non professionisti, che seppur accresce la resa naturalistica, lascia però a tratti una vaga impressione di dilettantismo.



Regia: Tizza Covi e Rainer Frimmel
Anno: 2010


Giudizio: ***1/2

sabato 27 novembre 2010

Paranoid Park


Da un romanzo di Blake Nelson: Alex (Gabe Nevins), sedicenne di Portland, è un amante dello skateboard. Assieme ad un amico, si reca a Paranoid Park, dove si riunisce clandestinamente la comunità locale di skaters. Quando vi fa ritorno, stavolta da solo, si fa convincere a provare il brivido di saltare su un treno in corsa: sorpreso da un guardiano, lo colpisce e, involontariamente, lo uccide. Alex cercherà da una lato di cancellare tutte le prove, mentre dall'altro vivrà una crisi e cercherà di superarla raccontando tutto in lettere che non verranno mai lette da nessuno.
Gus Van Sant torna ad interessarsi, dopo il bellissimo Elephant, al mondo adolescenziale, cercando di comprendere (ma non giudicare) giovani troppo indifferenti ed amorfi e le loro paranoie (il nome del parco non è casuale) ed ossessioni. Alex è immagine di tutti i suoi coetanei: svogliato e privo di interesse per tutto fuorché lo skate (suo unico segno di affermazione identitaria), emotivamente apatico (verso i genitori, verso la fidanzatina con cui fa sesso per la prima volta senza provare nulla), assente, abbandonato alla propria fragilità, smarrito e disorientato per l'assoluto vuoto di certezze, di punti di riferimento (ha genitori separati e forse troppo immaturi) capaci di trasmettere valori o priorità morali di sorta. Significativo che la storia sia raccontata (giocando peraltro assai bene sul piano dei salti temporali) attraverso le lettere scritte da Alex, ma che finiranno bruciate: chiara metafora del cortocircuito comunicativo, dell'implosione verso un mondo tutto interiore, introverso ed impenetrabile che è malattia dell'anima di molti adolescenti (non solo americani). Se sul piano dei temi Van Sant formula domande, ma, come consueto, non dà risposte (puntando piuttosto sulla sensibilizzazione verso un tema delicato ed importante, eppure trascurato), sul piano formale si muove con eleganza, sceglie di girare in Super 8 le evoluzioni degli skaters ed usa un ralenti rilfessivo e malinconico per sottolinearne il significato più profondo. Peccato solo per la sequenza un po' splatter che mostra la morte del guardiano, piccola stonatura in una cornice stilistica di grande qualità.


Il racconto ha come oggetto il senso di colpa e l'assenza di comunicazione, la pesantezza dell'esistenza adolescente a confronto con l'aerea leggerezza del gioco, dello skateboard. (Lietta Tornabuoni, La Stampa)


Regia: Gus Van Sant
Anno: 2007


Giudizio: ***1/2

sabato 20 novembre 2010

L'Uomo Senza Passato



Appena arrivato ad Helsinki, un uomo (Markku Peltola) viene aggredito da tre malviventi e, colpito alla testa, perde la memoria. Vivo per miracolo e senza un quattrino, viene accolta da una famiglia di diseredati, si trova una sistemazione ed un lavoro, si innamora di Irma (Kati Outinen), che lavora per l'Esercito della Salvezza. Quando il passato ritorna e scopre la sua vera identità, non vuole più rinunciare alla nuova vita che si è faticosamente costruito.
Piacevole commedia del finlandese Kaurismaki, dal tono fiabesco e l'umorismo stralunato (forse il suo pregio maggiore), sul tema dell'identità, della rinascita, della seconda occasione, della solidarietà. Si respira un ottimismo di fondo, non solo del cuore, ma anche della ragione: la convinzione che nel volontarismo, nello spirito di fratellanza, nell'azione morale ispirata dalla coscienza dei singoli si può ancora rinvenire il seme di un umanità e di un mondo migliori. Nonostante l'ottusità della macchina burocratica, il cinismo del sistema bancario e del neocapitalismo globalizzato, la viscosità del sistema giudiziario, cui Kaurismaki non risparmia più di una stilettata. Lo sguardo della macchina da presa è compassionevole eppure controllato, mostra con pietà attenta un universo di poveri Cristi, di ultimi fra gli ultimi relegati ai margini della società eppure ancora capaci di aver voglia di vivere (come nella bella sequenza in cui i senzatetto ballano, mentre la banda dell'Esercito della Selvezza suona finalmente ritmi più energici e moderni). Grande successo a Cannes, nominato all'Oscar, tripudio (forse eccessivo) di critica.



Regia: Aki Kaurismaki
Anno: 2002


Giudizio: ***

giovedì 18 novembre 2010

Ferro 3


Un giovane (Hee Ja) entra di nascosto nelle case momentaneamente disabitate, vi trascorre del tempo come se ci abitasse (usa la doccia, cucina, dorme), fa ordine e pulizia, ripara gli oggetti rotti. Un giorno vi incontra per caso una ragazza maltrattata ed infelice, Sun-Hwa (Seung-yeon Lee), e la porta via con sè. Finisce nei guai con la giustizia, passa un periodo in carcere e quando ne esce ha imparato a muoversi con tale destrezza da essere invisibile: può così trasferirsi nella casa di Sun-Hwa dove i due vivono finalmente il proprio amore, all'insaputa del brutale compagno di lei.
Alla base di questo film sudcoreano vi è un'idea molto particolare, da cui la sceneggiatura prende forza: descrivere una figura insolita e poetica, un giovane che sceglie di muoversi in uno spazio impercettibile e vuoto (prima le case deserte, poi le ombre in cui si cela) per sfuggire alla bruttezza di un mondo ipocrita e violento, bugiardo e stupido, sadico ed indifferente (come emerge dai comportamenti dei diversi personaggi di contorno). Allo stesso modo adotta un silenzio irremovibile (non si sentirà mai la sua voce) come forma di comunicazione, più eloquente e romantica di parole vuote ed inutili (come quelle di chi gli sta attorno), limitandosi a sfogare con una mazza da golf (il ferro 3 del titolo) ed una pallina la propria rabbia esistenziale. In contrasto con la volgarità dei tempi, l'amore fra il giovane protagonista e la malinconica Sun-Hwa assume carattere di delicata leggerezza, come un piccolo miracolo che può schiudersi solo in quella zona di metaforico esilio interiore, in quell'area di confine ove ancora sopravvivono libertà e purezza. Una bella metafora che mette alla prova la fantasia dello spettatore quando nell'ultima parte il racconto, fin allora sostanzialmente verosimile, sfuma nella metafisica fantastica del sogno. Operazione apprezzabile quella di Kim Ki-Duk, premiata a Venezia, anche se tradita da qualche piccola caduta di stile (cosa c'entra la scena con cui il protagonista quasi ammazza fortuitamente una passante con la sua pallina da golf?) e dalla sensazione che il simbolismo sia un po' troppo forzatamente ricco, che si abbia a che fare con "un film-bottiglia, come quelli che si giravano tra gli anni 60 e i 70" dentro cui "si può infilare di tutto" (Roberto Escobar, Il Sole 24 Ore)".


È una metafora che nel corso di un'ora e mezza si dipana coniugando in una rara sintesi leggerezza e profondità (Tullio Kezich, Il Corriere della Sera)



Regia: Kim Ki-Duk
Anno: 2004


Giudizio: ***1/2

martedì 16 novembre 2010

Animal Kingdom


Dopo la scomparsa della madre, il giovane Joshua (James Frecheville) va a vivere con la nonna Janine (Jacki Weaver) e gli zii Andrew (detto Pope ed interpretato da Ben Mendelsohn), Craig (Sullivan Stapleton) e Darren (Luke Ford), delinquenti che operano in vari settori della criminalità di Melbourne (rapine, spaccio). Quando la polizia uccide Barry (Joel Edgerton), amico e socio di Pope, si innesca una spirale di terribili vendette. Joshua si trova a rivestire il ruolo di testimone chiave nel processo che vede coinvolti i suoi zii ed è spinto da un detective (che ha preso a cuore il suo caso e vorrebbe aiutarlo) a collaborare con la giustizia. Ma alla fine sceglierà di fare giustizia da sè.
L'australiano Michod ha riversato in questo cupo crime movie di genere una visione profondamente pessimista dell'umanità, imbevendola di un nichilismo senza mezze misure: non esistono bene o male, nè buoni o cattivi, vige solo la legge del più forte, la società è come una giungla (come afferma programmaticamente già il titolo e come sottolineano molte immagini, come quella in cui Craig giace senza vita e le mosche gli si posano sul viso, come fosse la carcassa stramazzata di un animale morto). Non c'è spazio, in questo mondo violento ed iniquo, per percorsi di redenzione (ed infatti Barry muore propripo quando ha deciso di cambiare vita) o per chi è reso debole e vulnerabile dalla paura (Craig). Joshua è quindi messo davanti ad una possibilità di scelta, ma sia le istituzioni corrotte (la squadra antirapina uccide discrezionalmente, la squadra antidroga fa affari con i trafficanti), sia il microcosmo familiare (spietato e cinico, con una madre crudele e priva di ogni scrupolo più degli stessi figli) la rendono una scelta obbligata: l'adesione alle regole selvagge della brutalità, della prevaricazione, della vendetta è necessaria per la sopravvivenza in un "regno animale" privo di reali vie di salvezza. E così il percorso che Joshua intraprende suo malgrado lo porta ad assomigliare mostruosamente allo zio Pope, il più feroce dei tre, di cui nell'ultima, dura sequenza prende simbolicamente il posto. Spessore tematico dunque, ma anche sequenze d'autore, ritmo misurato ed una sceneggiatura solida e convincente (peraltro vagamente ispirata a fatti veri) fanno di Animal Kingdom un debutto assai interessante e di Michod un regista da non perdere d'occhio.



Regia: David Michod
Anno: 2010


Giudizio: ***1/2

lunedì 15 novembre 2010

The New World


1607: una spedizione di coloni inglese approda sulle coste della Virginia, dove fonderà la città di Jamestown. Fra loro il capitano Smith (Colin Farrell) è inviato presso una tribù di indiani nativi che lo fanno prigioniero. Gli salva la vita una principessa (Q'Orianka Kilcher) ed i due si innamorano. Lei abbandona il suo popolo per seguirlo, ma lui sceglie di partire in cerca di nuove avventure e delle Indie. Ormai risposata e madre, lo incontra per l'ultima volta a Londra, prima del viaggio di ritorno in America durante il quale si ammalerà e morirà prematuramente.
Terrence Malick sceglie una storia non particolarmente originale e spesso banalizzata (la leggenda di Pocahontas) per farne molto di più: un viaggio dell'anima alla scoperta del senso vero dell'amore, dell'apertura alla diversità, dell'ambizione e del bisogno tutto umano di confrontarsi costantemente con i propri limiti per superarli nel disperato tentativo di dare un significato all'esistenza, della fedeltà e dell'oblio. Non solo: affiorano, specialmente nella prima parte, i temi più cari allo sfuggente regista americano, vale a dire la perdita dell'innocenza, il contrasto fra la civiltà corruttrice e la purezza dello stato di natura, la nostalgia per un passato mitico ed autentico, macchiato dalle colpe della Storia (nettissima è la contrapposizione fra il mondo idilliaco ed incontaminato degli indigeni ed il forte dei coloni in cui regnano avidità, gelosia, morte e follia). Così come lo stile cinematografico porta inconfondibilmente la firma dell'autore, con il suo ritmo riflessivo, l'estasiante bellezza delle immagini, i paesaggi naturali, le voci interiori dei personaggi, il timbro alto, il sottofondo filosofico. Forse l'impressione di compiacimento artistico è in parte giustificata, forse è eccessivo il tono evocativo che sembra fare di ogni parola o inquadratura una rivelazione, ma non si può negare la capacità di trasmettere una visione del mondo e del cinema ed una sensibilità estetica decisamente al di fuori del comune. Prendere o lasciare: questo è Terrence Malick.




Regia: Terrence Malick
Anno: 2006


Giudizio: ****

mercoledì 10 novembre 2010

Il Divo


Gli ultimi anni della vita politica dello statista più discusso d'Italia, Giulio Andreotti (nei suoi panni Toni Servillo), nel periodo compreso fra il 1991 ed il 1993, dal suo settimo ed ultimo governo al processo per mafia, passando per Tangentopoli e la fine della Prima Repubblica. Molti modi di raccontare questa storia erano possibili, la maggior parte dei quali scontati: un grande plauso va al regista Paolo Sorrentino per aver scelto il meno convenzionale, il più coraggioso e sorprendente. Adottando la via della deformazione grottesca e delle atmosfere surreali e dissacranti, spingendo sul pedale della sperimentazione (inquadrature e movimenti di macchina atipici, colonna sonora esuberante), affidandosi ad un Servillo più espressionista che mai, dosando sfera pubblica e privata, l'Andreotti di Sorrentino è ritratto in tutta la sua enigmaticità e complessità, figura controllata ed incline alla razionalità del calcolo, un "regista freddo impenetrabile, senza dubbi, senza palpiti, senza un momento di pietà umana", eppure tormentato dall'angoscia del rimorso per la morte di Moro, profondamente solo ed amareggiato dall'accusa di vicinanza, in un passato che nega perfino a se stesso, a Cosa Nostra. Un uomo al tempo stesso talmente schiavo e padrone del potere da divenirne simbolo, incarnazione del principio, moralmente controverso, per cui il male è accettabile e necessario e la verità sacrificabile, qualora il fine ultimo sia perseguire il bene collettivo, meglio ancora se in nome di Dio. Mentre ci racconta questo Andreotti, Il Divo racconta anche un'ampia parte della nostra storia recente, quella del predominio DC, dei clientelismi, delle infiltrazioni mafiose, della strategia della tensione, delle morti misteriose e degli intrighi e lo fa con modi e toni mai banali: basti la fantastica apertura con le uccisioni in sequenza di Mino Pecorelli, Roberto Calvi, Michele Sindona, Alberto Dalla Chiesa, Giorgio Ambrosoli, Aldo Moro e Giovanni Falcone accompagnate dalla forsennata Toop Toop dei Cassius. Il titolo rimanda ad uno dei molti soprannomi affibbiati ad Andreotti, durante la sua lunga carriera. Premiato a Cannes ed insignito dell'Oscar per il miglior trucco, grande successo di critica in patria ed all'estero.


"Immagini magnifiche, un sonoro che prende alla gola, una velocità incalzante, un'angoscia e una specie di stupore crescente" (Natalia Aspesi, La Repubblica)



Regia: Paolo Sorrentino
Anno: 2008


Giudizio: ****

domenica 7 novembre 2010

Kill Me Please


Il dottor Kruger (Aurelien Recoing) è il direttore di una clinica in cui si pratica il suicidio assistito: un sorso di veleno è offerto come viatico per il sonno eterno a chi ha deciso di farla finita, salvo accertarsi prima dell'effettiva volontà di morire del paziente. Già frequentata da personaggi eccentrici ed un po' svitati, la clinica diverrà oggetto di ostilità da parte degli abitanti della zona, innescando così un gioco al massacro in cui finiranno per morire praticamente tutti.
Qualunque tentativo di riassumere banalmente in termini di trama questa commedia nera del poco noto regista belga Olias Barco è inevitabilmente riduttivo: il suo valore sta nella galleria di pazienti bizzarri e strampalati che popolano la clinica, chi vuole morire durante un ultimo amplesso, chi cantando la Marsigliese, chi fingendosi un soldato in Vietnam, chi in realtà non vuole morire affatto; nelle atmosfere assurde e grottesche, nella paradossalità delle situazioni e dei dialoghi, nel finale tragicomico dal sapore apocalittico; nel fascino di una fotografia in bianco e nero un po' retrò; nello sguardo ironico (il discorso di Kruger sul costo sociale del suicidio, il suo interesse per le eredità dei pazienti) e nei momenti più esilaranti (il tale che racconta di aver perso la moglie a poker!). Fra le righe, la critica alla superficialità con cui talvolta si sposano convinzioni senza indagarne fino in fondo le conseguenze (il mito della "dolce morte") ed il ritratto di un'umanità squinternata, di cui, mostrandoci le stravaganze nella morte, Barco ci narra indirettamente le manie e le nevrosi in vita. Marco Aurelio d'oro al Festival di Roma.


Oggetto cinematografico non ben identificato. Proprio per questo, da vedere (Alessio Guzzano, Grazia)




Regia: Olias Barco
Anno: 2010


Giudizio: ***1/2

In Un Mondo Migliore


Elias (Markus Rygaard) è un ragazzino fragile ed introverso, a scuola lo prendono in giro e soffre per la separazione dei genitori. Christian (Wiliam Johnk Nielsen), invece, ha reagito al dolore per la perdita della madre malata di cancro con rabbia, è in collera con il padre e furioso con il mondo. Diventeranno amici e si troveranno a dover compiere delle scelte che metteranno a rapentaglio le loro stesse vite, mentre i genitori tenteranno di rimettere ordine nelle proprie disorientate esistenze.
La regista danese Susanne Bier si è trovata per le mani una materia narrativa ricca e complessa ed ha saputo muoversi con competenza: non era facile domare l'intreccio di tante storie ed affrontare tutti i temi di questo dramma intenso e, per molti aspetti, convincente. Il motore del film è, almeno nella prima parte, una riflessione interessantissima sui limiti dell'approccio filantropico e umanistico, dell'etica del perdono e del "porgere l'altra guancia" in un mondo dominato dalla violenza e dalla prevaricazione, sviluppata attraverso un parallelismo sorprendente ed incisivo fra gli episodi di bullismo in una scuola danese, l'arroganza rozza e manesca di un operaio di un'autofficina, la crudeltà sguaiata di un signore della guerra africano, tanto da essere quasi un peccato che il ragionamento venga abbandonato nella parte finale, in cui dominano invece altri temi (l'incomunicabilità fra genitori e figli, la difficoltà di educare, il disagio esistenziale, il conflitto interiore). Purtroppo, l'anello debole è una sceneggiatura studiata a tavolino, didascalica nel far accadere sempre ciò che più serve al racconto, ridimensionata da un finale troppo conciliante e risolutivo.



Regia: Susanne Bier
Anno: 2010


Giudizio: ***

venerdì 5 novembre 2010

100 di questi post...

E così cine-amando è arrivato al suo centesimo post. Una ricorrenza simbolica, a coronamento di un percorso che in questi mesi (ormai sette!) ci ha dato l'occasione di vedere (ed in alcuni casi ri-vedere) alcuni dei film più belli e significativi degli ultimi dieci anni, con una particolare attenzione per le produzioni più recenti. E proprio in questi ultimi giorni, cine-amando ha fatto un passo in più: per la prima volta ha anticipato le recensioni di film non ancora usciti in sala, grazie alle anteprime offerte dal Festival del Cinema di Roma: un valore aggiunto per i nostri lettori, del quale andiamo particolarmente fieri.

Per celebrare questo piccolo traguardo e con il proposito di continuare ad arricchire giorno dopo giorno cine-amando (abbiamo una lista di oltre 300 film del periodo 2000-2010 di cui scrivere, oltre a tutti quelli che avremo via via il piacere di vedere in sala), inauguriamo una nuova sezione, la pagina: "La Top Ten di cine-amando"in cui verrà stilata e costantemente aggiornata una classifica dei migliori flm fra quelli recensiti sul blog.

Buona lettura.

giovedì 4 novembre 2010

My Son, My Son, What Have Ye Done


Brad (Michael Shannon) ha ucciso la madre con una spada e si è barricato in casa, facendo intendere di avere due ostaggi con sè. La polizia ha circondato l'edificio, mentre un detective della omicidi (Willem Dafoe) ascolta le testimonianze della fidanzata e del regista con cui Brad aveva lavorato a teatro, interpretando Oreste nell'Orestea di Eschilo. Attraverso vari flashback sono così ripercorse le diverse tappe della sua pazzia, manifestatasi a partire da un viaggio in Perù.
Due grandi nomi della cinematografia di autore firmano questo film insolito e disturbante, prodotto da David Lynch con Werner Herzog alla regia, e stilisticamente si vede: ottima la fattura, con un uso sapiente della telecamera (rimarchevole più d'una inquadratura), una fotografia pulita e ricca di colori e giochi di luce/ombra, una stretta sinergia fra sceneggiatura, colonna sonora (ora psichedelica, ora melodica) e richezza visiva nelle ambientazioni. Il folle percorso del protagonista (che riprende, per altro, una storia vera) è costellato di suggestioni stranianti (l'ossessione per fenicotteri e struzzi, il delirio sconnesso ed enigmatico, il legame morboso con la madre, le tendenze schizofreniche). Ma le atmosfere, per quanto inquietanti ed ambigue, non bastano a dar spessore e contenuto ad un film surrealista, teatrale e spesso criptico, che non sembra, in verità, aver poi molto da dire, fatto salvo per il significato simbolico e liberatorio del matricidio di Brad e per il tema della identificazione fra attore e personaggio, qui spinto fino alle sue estreme conseguenze.



Regia: Werner Herzog
Anno: 2009


Giudizio: **1/2

mercoledì 3 novembre 2010

Rabbit Hole


Becca (Nicole Kidman) e Howie (Aaron Eckhart) hanno vissuto la tragedia della morte del figlio, investito accidentalmente da un giovane (Miles Teller). Nonostante siano trascorsi ormai otto mesi, la coppia vive ancora una crisi profonda, accentuata dalla gravidanza della sorella di Becca, Izzy (Tammy Blanchard).
Ispirandosi ad un'opera teatrale di Lindsay-Abaire (che ha anche curato la scenaggiatura), Mitchell gira un dramma intimista su un tema delicato come la perdita di un figlio, analizzando al microscopio le dinamiche psicologiche ed emotive di Becca ed Howie (tipica coppia borghese della middleclass americana) e le inevitabili difficoltà nel superare il trauma ed elaborare il lutto. Se Howie sembra rimuovere il dolore sforzandosi di vivere come se nulla fosse di giorno e passando insonne la notte davanti ai video del piccolo Danny, Becca lo affronta invece in modo più diretto e viscerale, senza nascondere la rabbia e la sofferenza. Entrambi cercano una via d'uscita dall'angoscia insopportabile che ne sta sgretolando le esistenze, l'uno rifugiandosi nella distrazione di una relazione che resterà platonica, l'altra cercando e trovando un contatto con il colpevole involontario della disgrazia, il giovanissimo Jason (sicuramente questo uno degli elementi più originali ed emozionanti del film). Lo spettatore si strugge e si commuove (pur se Mitchell è ammirevole nel trattenersi da facili patetismi) mentre assiste all'impotenza addolorata di due essere umani in scacco, a come la tragedia smascheri ipocrisie familiari e religiose (Becca definisce Dio un "coglione sadico" e lo paragona al padre, sembra credere che il fratello eroinomane abbia meritato la morte e che la sorella non meriti un figlio) e cortocircuiti comunicativi (l'amica di famiglia che ancora non ha trovato il coraggio di chiamare). Il messaggio che resta è che quella di Becca ed Howie, come quella di quanti si trovano durante la propria vita ad affrontare un'esperienza atroce e e sconvolgente, è destinata ad essere una lotta senza fine nello sforzo di andare avanti, fatta di piccoli successi e cocenti sconfitte, senza mai sapere cosa ci sarà davvero dopo, consapevoli che il dolore col tempo diviene un mattone il cui peso può diventare sopportabile, ma di cui non ci si potrà mai liberare. Il titolo rimanda alle Avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie ed allude ad un viaggio verso l'ignoto (oltre a riprendere il titolo del libro a fumetti che Jason regala a Becca).



Regia: John Cameron Mitchell
Anno: 2010


Giudizio: ****

martedì 2 novembre 2010

The Social Network


Basato sul libro Miliardari per caso di Ben Mezrich: la storia di Mark Zuckerberg (Jesse Eisenberg) e di come, inventando il social network virtuale più famoso al mondo (Facebook), abbia contribuito a rimodellare le interazioni umane e la realtà moderna, oltre a divenire il più giovane miliardario del pianeta. Storia raccontata attraverso il filo delle controversie legali che Zuckerberg ha dovuto affrontare, accusato di aver rubato l'idea ad altri studenti di Harvard e di aver ingannato il cofondatore Eduardo Saverin (Andrew Garfield), estromesso dai vertici della società con uno scaltro espediente finanziario.
Il successo di pubblico e, soprattutto, di critica che ha incontrato questa pellicola di Fincher è per certi versi sorprendente: si è scelto un registro non particolarmente originale, a metà fra il documentarismo ed il film giudiziario (confronti continui fra i personaggi, dialoghi fitti ed incisivi, deposizioni ricostruite tramite lunghi flashback), si sono condensati molti fatti e caratteri in un tempo relativamente breve (un paio d'ore circa), si è peccato inevitabilmente di affrettatezza ed approssimazione nella caratterizzazzione delle figure secondarie. Eppure, non si fatica a cogliere ciò che veramente colpisce di The Social Network, vale a dire la vicinanza (nello stile, nella regia) a quella modernità che vuole raccontare (non a caso è il primo film ad essere girato con telecamere digitali a risoluzione 4096x2160), "l'aderenza quasi mimetica alla materia narrativa, qui raggiunta grazie alla definizione di uno spazio visivo [che è] la cifra visuale di ogni ambito della contemporaneità" (Franco Marineo, I Duellanti); la capacità di raffigurare un'istantanea veracissima del neocapitalismo della new economy e del boom informatico, del volto nuovo dell'american dream, di quella mitologia di tipi che fanno ormai parte dell'immaginario ultramoderno made in USA: il nerd sociopatico ed indifferente, ma ambizioso fino all'ossessione (Mark), l'elite aristocratica e lobbistica dei figli di papà che frequentano i club più esclusivi, l'arrivista cinico e spietato ma col fascino dell'uomo di mondo (Sean Parker, interpretato da Justin Timberlake), il perdente debole e frustrato, ma dalle emozioni più umane (Eduardo). Fincher racconta bene un viaggio nel presente/futuro per coglierne i tratti salienti, le differenze rispetto al passato (anche recente): quelli che ci mostra non sono più gli squali in giacca e cravatta degli anni novanta, ma ragazzini smisuratamente narcisisti, alternativi eppure conformissimi, individualisti, ossessionati dai vecchi miti dell'edonismo, del sesso, dell'evasione dal sè (alcol, droga), come bloccati nel relazionarsi al prossimo, sia questi una ragazza o l'amico di una vita. Se, quindi, indubbiamente qualcosa manca al film per farne una pietra miliare, lo si recupera, almeno in parte, sul piano del rinnovamento del linguaggio cinematografico e della freschezza di uno sguardo che fa riflettere su cosa stiamo, ineluttabilmente, diventando.


Non è Facebook quello di cui Social Network soprattutto racconta. Piuttosto Fincher gira un Wall Street aggiornato a trent'anni dopo, e più disperante. (Roberto Escobar, Il Sole 24 Ore)



Regia: David Fincher
Anno: 2010


Giudizio: ***

Una Vita Tranquilla


Rosario (Toni Servillo) ha un passato da camorrista, ma da quindici anni, per sfuggire a morte certa, ha cambiato identità e si è trasferito in Germania, dove ha cancellato i ponti con il passato, ha imparato il mestiere del ristoratore, si è rifatta una famiglia e con essa una vita. A sconvolgere la sua tranquillità è però l'arrivo del figlio Diego (Marco D'Amore) , che gli chiede accoglienza celando il vero scopo della sua visita: compiere un omicidio. Quando Rosario vede scoperta la propria identità da chi lo vuole morto, dovrà ancora una volta fare tabula rasa per sfuggire al passato.
Cupellini gira un noir che guarda all'attualità (penetrazione camorristica nell'industria dello smaltimento dei rifiuti, strage di Duisburg), ma che sa affrontare temi assoluti: l'impossibilità di eludere le conseguenze (morali) dei propri trascorsi, l'illusorietà del cambiamento e del ravvedimento, la fatalità del destino. Dopo una prima parte preparatoria e più incerta, il film decolla nella seconda, quando la narrazione si fa più incalzante, la recitazione tesa (bravi gli attori) ben trasmette la sensazione di ineluttabilità con cui gli eventi sembrano precipatare drammaticamente verso un punto di non ritorno e soprattutto esplode, potente e tragico, il forte contrasto fra un figlio pieno di rancore per l'abbandono (tanto da mettere in atto quella che assomiglia ad una vendetta) ma in fondo fragile ed un padre combattuto dal dissidio interiore fra i rimorsi e l'istinto di sopravvivenza, la paura di perdere l'illusione di felicità che si è faticosamento costruito, lasciandosi alle spalle un peso impossibile da portare. E'stato abile Cupellini per la cura messa nella regia, meno per la sceneggiatura che nel finale non nasconde qualche piccolo buco.



Regia: Claudio Cupellini
Anno: 2010


Giudizio: ***1/2

lunedì 1 novembre 2010

The Town


Dal romanzo Il principe dei ladri di di Chuck Hogan: a Charlestown, storico e malfamato quartiere di Boston, Doug MacRay (Ben Affleck) è a capo di una banda che organizza rapine in banca e svaligia furgoni portavalori e di cui fa parte anche l'amico fraterno Jem (Jeremy Renner). Durante un colpo sequestrano per breve tempo la giovane direttrice di banca Claire (Rebecca Hall). Doug comincia a frequentarla tenendole nascosta la propria identità ed i due iniziano una relazione che spinge Doug a cambiare vita e lasciare Boston per sempre, ma è suo malgrado coinvolto in un ultimo colpo.
Ben Affleck (attore, regista e sceneggiatore) dirige un film di genere che segue schemi classici (il criminale che, grazie all'amore per una donna, crede che un'altra vita sia possibile, quello invece ormai perso per sempre per il quale non esiste più redenzione, ecc.), dosa bene sequenze di azione (sparatorie, inseguimenti) e pregnanza dei dialoghi, intreccia efficacemente le linee narrative (l'organizzazione dei colpi, il rapporto fra Doug e Claire, le indagini dell'FBI) mantenendo sempre viva la tensione. Fra le fonti di ispirazione, Affleck ha citato Gomorra di Garrone ed in effetti vi si ritrovano le atmosfere plumbee, il radicamento dei personaggi al territorio, il legame fra il quartiere ed i suoi codici ed individui che non potranno mai chiudere davvero i conti con quel mondo e quel passato. E' forse proprio questo l'aspetto più riuscito di The Town, quell'attenzione al contesto sociale (case popolari, droga, padri in carcere o morti ammazzati) che dà profondità ai personaggi, rendendoli "figure palpitanti ed autentiche" (Marco Toscano, I Duellanti). Il punto debole, invece, è una certa prevedibilità nella sceneggiatura, decisamente romanzata, ed il finale un po' troppo scontato e risolutorio. Nel complesso, comunque, una buona prova per un attore (spesso bistrattato dalla critica) che si è reinventato regista, dimostrando di averne la stoffa.


Regia: Ben Affleck
Anno: 2010


Giudizio: ***

martedì 26 ottobre 2010

L'Ora di Religione


Ernesto Picciafuoco (Sergio Castellitto, molto bravo), pittore ateo, viene a sapere che è in corso il processo di canozzazione di sua madre, pia donna uccisa dal fratello di Ernesto, Egidio (Donato Placido), malato mentale con l'ossessione della bestemmia. Coinvolto nella faccenda, suo malgrado, dal resto della famiglia, un tempo rispettata e prestigiosa ma ora decaduta ed in cerca di riscatto, si deve confrontare con parenti cinici ed ipocriti, uomini di Chiesa ed un nobile che lo sfida a duello. Intanto si preoccupa per il figlio, turbato dagli insegnamenti religiosi che riceve a scuola, e finisce per invaghirsi della sua giovane e bella insegnante di religione.
Attraverso la storia di Ernesto, Bellocchio dipinge il ritratto di una società avvelenata dalla immoralità dilagante, dominata dal primato assoluto del tornaconto personale, deprivata di ogni forma di spiritualità autentica, sostituita invece da un materialismo gretto e misero. Dinanzi a ciò, il sorriso irriverente di Ernesto e, ancora di più, l'impeto emotivo con cui, in una sequenza emozionante e drammatica, Egidio urla, bestemmiando ancora una volta Dio e la Madonna, la propria sdegnata protesta, sono una contestazione estrema di istituzioni (famiglia, Chiesa, scuola) ormai incapaci di custodire e trasmettere reali valori. Il percorso di Ernesto è quindi un cammino di maturazione, attraverso la riconsiderazione di scelte passate e presenti e la riaffermazione, rigorosa e coerente, della propria anarchica alterità, del proprio essere contro. I toni volutamente innaturali ed antirealistici, con cui tale iter di crescita è raccontato, ben si adattano ad uno stile fra il surreale ed il grottesco (con accenti paradossali nella vicenda del duello), senza rinunciare all'evidenza della metafora (l'insegnante di religione, misteriosa e sfuggente, è incarnazione, più che personaggio, dell'anelito di libertà e dell'ideale di grazia che Ernesto coraggiosamente insegue). Presentato a Cannes, ha avuto molti riconoscimente fra i critici nostrani.



Regia: Marco Bellocchio
Anno: 2002


Giudizio: ***1/2

domenica 24 ottobre 2010

Il Ritorno


Ivan (Ivan Dabronrdvav) ed Andrei (Vladimir Garin), poco più che bambini, tornando un giorno a casa ritrovano il padre (Konstantin Lavronenko), che vi ha fatto ritorno dopo un'assenza di dodici anni. Partono con lui per un paio di giorni di pesca, ma il viaggio si prolunga: il padre deve recuperare una misteriorsa scatala, nascosta sottoterra su un'isola deserta. Durante la convivenza, il rapporto fra genitore e figli si fa sempre più teso e difficile, ma proprio quando Andrei ed Ivan sembrano non poterne più di quell'uomo dai modi bruschi e severi, questi muore in un incidente. Rimasti soli, cercano di ricondurne le spoglie a casa, ma senza successo.
Senza volersi avventurare nel campo delle interpretazioni, che pure le atmosfere sospese ed ambigue suggeriscono, il sorprendente esordio del russo Zvyagintsev è semplicemente un film sulla complessità del rapporto padre-figlio, sulla difficoltà di educare e trasmettere sapere o valori senza una reale armonia affettiva di fondo; ed anche sul percorso di formazione con cui Andrei ed Ivan, alle prese prima con un principio di autorità con cui sono constretti a confrontarsi e poi con il peso della responsibilità dopo la tragedia, si affacciano alla vita adulta. Ma al di là dell'approfondimento psicologico, il fascino de Il ritorno sta soprattutto nella dimensione universale e mitologica che si è voluto conferire alla storia, con accortezze registiche (inquadrature e movimenti di macchina studiati e suggestivi, la fotografia sporca, i tempi dilatati) e di sceneggiatura (le tante domande che restano fatalmente senza risposta: a cosa è dovuta l'assenza del padre? perchè è tornato? cosa cerca sull'isola?); con riferimenti iconografici espliciti (l'immagine del padre addormentato che riproduce fedelmente il Cristo Morto del Mantegna o quella in cui, incappucciato sulla barca avvolta dalla nebbia, ricorda Caronte); con infausti segni di presagio (la pioggia, la colomba morta, le nubi, ecc.); con un simbolismo cristologico piuttosto evidente (il padre a tavola spezza il pane e distribuisce il vino come fosse un'Ultima Cena, "risorge" di domenica e muore di venerdì, i nomi dei figli corrispondono a quelli latini degli apostoli Andrea e Giovanni e come questi sono spesso mostrati nella veste di pescatori, ecc.). Questo carattere di indefinitezza, di allusività vaga affascina, ma forse è al tempo stesso il limite del film, tanto che si deve ammettere come, pur riconoscendo i meriti e la bravura innegabile del regista, "rimane un forte sospetto di esercizio accademico" (Paolo Mereghetti, Dizionario dei Film). Leone d'Oro a Venezia.



Regia: Andrei Zvyagintsev
Anno: 2003


Giudizio: ***1/2

giovedì 21 ottobre 2010

Lo Zio Boonmee Che Si Ricorda Le Vite Precedenti


Lo zio Boonmee (Thanapat Saisaymar), uomo anziano e malato, si sente vicino alla fine dei suoi giorni e decide di traferirsi, con cognata e nipote, in una casa vicina alla giungla per curarsi in tranquillità ed aspettare la propria ora. Gli faranno visita lo spirito della moglie morta ed il figlio, scomparso molto tempo prima ed ormai trasformatosi in scimmione dagli occhi di brace.
Quello di Boonmee è un viaggio a ritroso verso origini lontane e dimenticate, un ritorno al Tutto che he nella caverna-utero, luogo di nascita e morte di vite presenti e passate, la propria rappresentazione allegorica; un viaggio che conduce lo spettatore in una dimensione atemporale e fantastica, in cui coesistono sincreticamente passato e futuro, vivi e morti, creature e spiriti, leggenda e realtà; un viaggio, ancora, dal carattere mitico e suggestivo, specialmente laddove la telecamera di Weerasethakul si addentra nel fitto di una natura misteriosa ed ancestrale o profetizza, in una sequenza che fa pensare ad un'istallazione videoartistica, un inquietante futuro militarizzato per il popolo thai. Non è necessario soffermarsi sull'influenza che inevitabilmente ha, su gusti e sensibilità, il retroterra culturale dello spettatore per capire quanto possa risultare distante ad un pubblico occidentale un film che guarda apertamente alla storia, alle credenze, alle tradizioni ed all'immaginario thailandese. Il che è forse il principale limite di un titolo più adatto a chi ama i linguaggi cinematografici sperimentali e d'avanguardia (nonchè la commistione di stili e toni, dal lirico al faceto), molto meno a chi malsopporta ritmi estenuantemente lenti ed inserti narrativi visionari (quando non, come nel caso dell'episodio della principessa e del pescegatto, francamente incomprensibili). Parte del più ampio progetto multipiattaforma Primitive, è stato insignito dell'onoreficenza più alta a Cannes, da una giuria presieduta da Tim Burton.



Regia: Apichatpong Weerasethakul
Anno: 2010


Giudizio: **1/2

martedì 19 ottobre 2010

The Prestige


Nella Londra di fine Ottocento, gli illusionisti Robert Angier (Hugh Jackman) ed Alfred Borden (Christian Bale) sono grandi rivali sul palcoscenico e nemici giurati nella vita, da quando la moglie del primo è morta per un incidente durante l'esecuzione di un pericoloso trucco, la responsabilità di cui Angier attribuisce all'altro. Fra inganni, vendette, gelosie e donne contese, l'eterna sfida fra i due non ha mai fine e li vede entrambi ossessionati dall'idea dell'illusione per eccellenza, il "trasporto umano", per realizzare la quale Angier si spinge fino a Colarado Springs, alla ricerca dello scienziato Nikola Tesla (interpratato da David Bowie!).
Una magia, spiega Nolan sin dall'inizio del film, si compone di tre momenti fondamentali: la promessa, la svolta ed infine il prestigio, ossia la conclusione sorprendente e spettacolare. Fedele a tale enunciato, utilizza lo stesso schema narrativo per mettere in scena il romanzo The Prestige di Cristopher Priest: dopo aver condotto lo spettatore su false piste ed averlo fuorviato con diversi colpi di scena, lo sbalordisce con un finale inaspettato per quanto ben costruito e preparato. Al centro di questo intreccio complesso, ma avvincente, si stagliano Angier e Borden, due personaggi a tutto tondo, a tal punto posseduti dall'amore narcistico per lo spettacolo in sè e per il proprio pubblico (evidenti i riferimenti hollywoodiani) da sacrificare ad esso l'intera esistenza, gli affetti, la propria morale. Ma quello della devozione, totalizzante ed assoluta, ad un'arte non è l'unico tema: si riflette anche, seppur senza andare troppo in profondità, sul confine fra finzione e realtà e sui risvolti etici di ogni applicazione tecnologica del sapere scientifico. Sceneggiatura, scenografie e bravura degli attori sono dunque i cardini di un film che, pur senza troppe pretese, nel complesso non dispiace. Oltre ai nomi già citati, quelli di Michael Caine, Rebecca Hall e Scarlett Johansson completano un cast di primissimo piano.



Regia: Cristopher Nolan
Anno: 2006


Giudizio: ***

Affetti e Dispetti


Raquel (Catalina Saavedra) è una governante quarantunenne che da vent'anni presta servizio presso la stessa famiglia. Affettuosamente legata ai bambini che ha cresciuto, oberata dal lavoro domestico nel quale si annulla fino all'esaurimento psicofisico, entra in crisi quando la padrona di casa decide di affiancarle un'aiutante: vedendo messo in discussione il proprio ruolo egemone nelle cose di casa, assume un attegiamento apertamente ostile e sottopone la malcapitata di turno ad ogni possibile angheria. Solo la giovane Lucy (Mariana Loyola) saprà conquistarsi la sua amicizia e finirà per cambiarle la vita.
Al di là del messaggio vagamente buonista (l'apertura al prossimo, il calore umano, la solarità migliorano la vita umana), la commedia del cileno Sebastian Silva si distingue per originalità, attenzione alle caratterizzazioni (il personaggio di Raquel, anche grazie all'acclamata interpretazione della Saavedra, incuriosisce e diverte anche) e per uno stile di regia curato, caratterizzato da una telecamera mobile e sempre vicina ai personaggi che scorta con frequenti piani medi e primi piani. L'osservazione distaccata (sottolineata dalla quasi totale assenza di colonna sonora) è funzionale ad un piccolo studio delle dinamiche familiari, degli atteggiamenti vessatori ed ostracizzanti che possono aver luogo anche in ambito domestico, dell'alienazione stakanovistica che può intorpidire anche la più vitale personalità. Di simpatia contagiosa alcune sequenze, come quella in cui Lucy, chiusa fuori casa da Raquel, ne approfitta per prendere il sole in un improbabile topless o quella del goffo incontro intimo fra Raquel e lo zio di Lucy. Premiato al Sundance. Insensate tanto la traduzione del titolo, quanto la versione italiana della locandina.

Il merito maggiore del film, però, è quello di saper tenere sempre un tono simpaticamente leggero e spensierato (Paolo Mereghetti, Il Corriere della Sera)


Regia: Sebastian Silva
Anno: 2009


Giudizio: ***

sabato 16 ottobre 2010

La Stanza del Figlio


Giovanni (Nanni Moretti) è uno psicanalista anconetano dalla vita serena: ha una bella moglie, due figli adolescenti ed il benessere economico. La morte improvvisa del figlio Andrea (Giuseppe Sanfelice) in un incidente durante un'immersione subacquea, però, lo sconvolge, mette in crisi il rapporto con la moglie Paola (Laura Morante) e la figlia Irene (Jasmine Trinca), lo spinge a lasciare il lavoro. Solo l'incontro con la fidanzatina del figlio ed un singolare viaggio assieme sembra rendere in qualche modo ancora possibile uno spiraglio di armonia familiare.
Nanni Moretti affronta un tema introspettivo ed intimista come l'elaborazione del lutto (tanto più tremendo, essendo quello di un figlio), mostrando, con convincente realismo, come l'improvvisa tragedia spezzi equilibri che sembravano cristallizzati e certezze che apparivano acquisite nella tranquillità della quotidiantà borghese. Le reazioni di chi è rimasto sono divergenti ed incompatibili: Giovanni tenta di razionalizzare il dolore, si tormenta con i rimorsi, cerca di esprimere ciò che resta invece fatalmente inesprimibile (la lettera che riscrive continuamente senza successo); Paola si abbandona al contrario ad una disperazione urlata ed inconsolabile, che rifiuta con angoscia ogni tentativo di normalizzazione; Irene, infine, reagisce con rabbia. Chiusi nelle rispettive solitudini, si scoprono incapaci di comunicare, impotenti di fronte all'assurdità del destino ed alla caducità dell'esistenza, non più in grado di far i conti con una vita che continua, nonostante tutto. Moretti è bravo ad assumere un tono non ricattatorio ma sincero, nel far risuonare gli stati d'animo con gli oggetti (le ceramiche sbeccate, i chiodi che chiudono la bara), è impietoso nel non risparmiare allo spettatore neanche i momenti più duri (l'ultimo saluto alla salma), ma è una scelta necessaria per renderne effettiva la compartecipazione emotiva. Interessante anche il tema collaterale del ruolo dello psicanalista, del delicato rapporto con i pazienti (dei quali ci viene offerta un'ampia ed a tratti buffa panoramica), della difficoltà nel mantere in ogni circostanza il dovuto distacco. Unica pecca, forse, la recitazione di Moretti, un po' troppo compassata. Palma d'oro a Cannes.



Regia: Nanni Moretti
Anno: 2001


Giudizio: ****

venerdì 8 ottobre 2010

Il Tempo Che Ci Rimane


Rivisitazione autobiografica delle vicende della famiglia del regista Elia Suleiman (che, all'inizio ed alla fine del film, interpreta se stesso) dal 1948 (anno di fondazione dello Stato di Israele) fino ai giorni nostri. E' una storia di palestinesi in una terra che non appartiene loro (Suleiman è arabo-israeliano), raccontata attraverso le memorie e le esperienze del padre Faud (Saleh Bakri), ricostruite dai suoi diari, dell'infanzia e dell'adolescenza del giovane Elia ed infine della sua età matura. Non esiste però un filo narrativo propriamente detto, se non labile, si assiste sostanzialmente ad una successione di episodi, situazioni, aneddoti (spesso ripetuti) che ripercorrono oltre mezzo secolo di (impossibile) convivenza fra due popoli: dalla resistenza armata di Faud, all'attivismo politico di Elia, dal suo esilio al ritorno in patria, attonito e sbigottito dall'assurdità di una condizione e dall'immutabilità di un tempo che sembrano dover durare per sempre (il titolo originale è The time that remains), fra l'indifferenza delle nuove generazioni. Suleiman aveva già in passato sorpreso il pubblico occidentale con uno stile capace di fondere spirito militante ed una netta presa di posizione filo-palestinese (e quindi anti-israeliana) con la leggerezza dell'ironia, del paradosso, del nonsense. Si mantiene qui fedele a se stesso, combinando con successo sequenze drammatiche (quella della donna uccisa a sangue freddo dai militari israeliani che stava incitando credendoli ribelli o anche quella che mostra i prigionieri palestinesi inginocchiati, legati e bendati, in un campo d'ulivi) con gag semicomiche (il vicino di casa che si ubriaca e si cosparge di carburante ma non riesce mai a darsi fuoco). La comicità di Suleiman non vuole però introdurre distacco, bensì straniamento di fronte all'insensatezza delle angherie sopportate dai palestinesi e delle paronoie israeliane, con i risultati migliori nell'ultima mezz'ora del film, surreale e vicina, nelle mimiche, ai grandi classici del muto. La sequenza iniziale in cui, sotto un violento temporale, un tassista si smarrisce in un luogo che non conosce e si chiede angosciato ed incredulo cosa stia succedendo è chiaramente metaforica ed evocativa.



Regia: Elia Suleiman
Anno: 2009


Giudizio: ***

mercoledì 29 settembre 2010

Il Canto di Paloma


Fausta (Magaly Solier), giovane peruviana, ha mille paure ed una totale diffidenza verso gli uomini, trasmessale dalla madre, vittima degli stupri e delle angherie che erano all'ordine del giorno nel Perù degli anni '80, ai tempi dello scontro fra la dittatura militare ed i gruppi rivoluzionari (maosti, Tupac Amaru). Quando la madre muore, va a lavorare come cameriera in una casa signorile, mentre in famiglia fervono i preparativi per il matrimonio della cugina. La corte gentile e disceta che le fa il giardiniere Noè (Efrain Solis) l'aiuterà ad affrontare finalmente i propri timori. Film imperfetto, in cui non tutto forse torna come dovrebbe negli equilibri narrativi, ma ricco di trovate fantasiose e poetiche, di allegorie originali e spunti profondi, come è proprio di quel realismo magico che ha fatto la fortuna di molta letteratura del mondo latino. Piacevole da ascoltare e toccante il canto (nella melodica e misteriosa lingua quechua degli Inca) con cui Fausta (e prima ancora la madre) esorcizza il terrore, riuscendo solo così ad esternare l'indicibile, a sublimare un orrore altrimenti inesprimibile. Così come è di effetto la metafora del tubero inserito nella vagina, ingenua e disarmante difesa contro la malavagità umana (nella speranza che "solo lo schifo ferma gli schifosi"), il cui germogliare letale rimanda all'idea di un cancro arduo da estirpare, che cresce ed incancrenisce nell'animo di chi ha subito (indirettamente, in questo caso) violenze inumane e ne porta dentro una incancellabile tara (di cui forse è simbolo anche quel cadavere materno da cui Fausta sembra non riuscirsi a liberare): ennesima testimonianza della difficoltà che incontrano le nuove generazioni sudamericane nell'elaborare i drammi della storia recente, nel farsi carico delle atrocità compiute e subite dai padri. Le note di costume che fanno da contorno sono colorite e restituiscono (in contrasto con l'asettico ambiente della villa borghese) l'immagine di un popolo che, pur per ampi strati al di sotto della soglia di povertà, cerca a suo modo di trovare una propria spensieratezza e recuperare l'entusiasmo di vivere. Ed in effetti, la presa di coscienza di Fausta nel finale, che sceglie, seppur ancora timidamente, di aprirsi alla vita è un messaggio di speranza per il futuro di un intero paese. Orso d'oro (meritato) al festival di Berlino, candidato all'Oscar.


Regia: Claudia Llosa
Anno: 2008

Giudizio: ***1/2

domenica 26 settembre 2010

Inception


Dom Cobb (Leonardo Di Caprio) è specializzato nel rubare informazioni riservate, introducendosi nei sogni delle persone e carpendone i segreti. Il ricco imprenditore Mr. Saito (Ken Watanabe) gli chiede di eseguire l'operazione opposta ovvero l'innesto (in inglese inception, appunto) di un'idea nella mente di Robert Michael Fischer (Cillian Murphy), erede di un magnate rivale: smantellare l'impero industriale costruito dal padre. In cambio, gli promette la possibiltà di tornare liberamente negli Stati Uniti, dove è accusato dell'omicidio della moglie Mal (Marion Cotillard) e dove vivono i figli che non vede da lungo tempo. Cobb mette su una squadra con il cui supporto e grazie, in particolare, all'aiuto della brillante e giovane Ariadne (Ellen Page) realizza un complesso sistema di architetture oniriche a più livelli (sogni dentro altri sogni) al fine di superare le difese subconscie di Fischer. Finale aperto alle intepretazioni.
Niente di nuovo sotto al sole: se l'idea di avventure in universi paralleli, dimensioni virtuali accedibili solo durante uno stato dormiente (o comunque di incoscienza) nel mondo reale e con l'ausilio di tecnologie futuristiche è stata già ampiemente esplorata nel celeberrimo Matrix (e ripresa a suo modo, fra gli altri, dal recentissimo Avatar), anche la personificazione delle proiezioni inconsce in entità apparentemente indistinguibili dal reale ha radici lontane (dal formidabile ed ormai datato Solaris di Tarkovskij). Il tutto sapientemente condito da una buona dose di action sparatutto e di romanticismo che rivelano gli intenti prevalentemente commerciali di quest'ultima opera di Cristoper Nolan. Il tentativo, infatti, di conferirle spessore metafisico-filosofico-psicologico (qual è il confine fra realtà e sogno? Quali sono i meccanismi più profondi ed oscuri della psiche umana? Ecc.) appare più che altro un colossale ingarbugliamento delle carte in tavola, spiegato a volte troppo didascalicamente (durante l'apprendistato di Aridane, per esempio) a volte troppo fumosamente. Se almeno si fosse tradotto in autentica ricchezza visionaria, ne sarebbe forse valsa la pena, ma fatta salva qualche sequenza d'effetto (Parigi che si ripiega su se stessa!) non si resta particolarmente impressionati neppure a livello visivo/percettivo. Grazie al cast, alla buona regia ed ad un pizzico di curiosità che pure mette nello spettatore, Inception, va detto, è un film discreto, godibile e se non altro non scontato. Consolazione però probabilmente troppo magra per un'opera che lascia l'impressione di ambire, almeno negli intenti, allo status di fenomeno culturale, di film di culto.


Esercizio virtuosistico in assenza di visione: a Nolan non riesce l'impresa di coniugare cinema commerciale e pellicola filosofica (Giovanna Bragana, I Duellanti)


Regia: Cristopher Nolan
Anno: 2010


Giudizio: **1/2

domenica 19 settembre 2010

Primavera, Estate, Autunno, Inverno...E Ancora Primavera


La vita di un monaco buddista (interpretato da vari attori, fra cui lo stesso Kim Ki-Duk), scandita da stagioni che corrispondono ad altrettante fasi dell'esistenza: la primavera (l'infanzia), in cui, ancora bambino, viene educato da un maestro asceta (Oh Young-Su) in un eremo sito in mezzo ad un lago, immerso nella natura più incontaminata; l'estate (la giovinezza) in cui conosce l'amore e scopre la sessualità, lasciando l'eremo per seguire la donna amata; l'autunno (l'età di mezzo), in cui uccide la moglie per gelosia e torna all'eremo, per cercarvi rifugio, ma viene comunque trovato dai poliziotti e condotto via; l'inverno (l'età della maturità), in cui, scontata la pena, torna all'eremo per riprendere la vita ascetica di prima; di nuovo la primavera, quando una madre lascia alla sua custodia il figlio, in modo che lo educhi come con lui aveva fatto a suo tempo il maestro.
Favoletta contemplativa, congiunge il facino poetico dell'ambientazione naturale (bellissimo soprattutto il paesaggio invernale) ai temi buddisti della ciclicità dell'esistenza e dell'armonioso connubio fra uomo, natura e spiritualità ed ai temi più universali delle conseguenze morali delle proprie azioni, della dialettica colpa-espiazione-redenzione. Forse il simbolismo è alla lunga troppo insistito e la narrazione troppo irrealistica, così che si ha la sensazione di aver assistito alle allegorie un po' pedagogiche e talvolta grossolane di un apologo, piuttosto che ad una storia realmente sentita e convincente. Il testo che il maestro fa incidere al protagonista sul legno del pavimento è il Sutra del Cuore della Perfezione della Saggezza.



Regia: Kim Ki-Duk
Anno: 2003


Giudizio: ***

Memento


Dalla morte della moglie, Leonard Shelby (Guy Pierce) soffre di amnesia anterograda: non è più in grado di acquisire nuovi ricordi, dimentica ogni cosa in poche ore. Ha sviluppato un complesso sistema di promemoria (fotografie, appunti, tatuaggi, ecc.) con cui cerca di tener traccia degli indizi e dei progressi in quella che è diventata la sua unica ragione di vita: trovare l'assassino della moglie e vendicarla. In questa ricerca sembrano aiutarlo una donna, Natalie (Carrie-Anne Moss), e l'amico Teddy (Joe Pantoliano).
Christopher Nolan ha diretto uno dei più originali, avvincenti ed interessanti thriller degli ultimi anni. La sceneggiatura è praticamente perfetta: l'idea di alternare due linee narrative, una in ordine cronologico (e contraddistinta dalla fotografia in bianco e nero) e l'altra in ordine inverso (ed a colori) convergenti verso il momento culminante della storia è stata intuizione straordinaria, capace di creare un climax che letteralmente cattura l'attenzione spettattore dall'inizio alla fine del film. Al tempo stesso, questo ripensamento ipermoderno degli schemi narrativi classici non è puro artificio, ma ha una giustificazione molto coerente con il contenuto filmico: riproduce in chi guarda lo stesso stato di smarrimento e disorientata confusione che vive il protagonista per via del grave disturbo che l'affligge. Altra intuizione brillante: affidare al racconto della vicenda parallela di Sammy (Stephen Tobolowski) spiegazioni e dettagli che avrebbero altrimenti appesantito il flusso degli eventi. A ciò va aggiunto che al di là dell'appeal commerciale, Memento affronta temi non banali in modo nient'affatto superficiale: il significato dell'identità personale, le relazioni reciproche fra conoscenza, memoria e realtà, l'autoinganno come espediente per rendere l'esistenza sopportabile e trovarvi un senso, i limiti della vendetta come compensazione di una perdita. Anche il finale, aperto ed ambiguo, contribuisce a conferire spessore. Indimenticabile la sequenza, a suo modo poetica, in cui il protagonista chiede ad una prostituta di aspettare che si addormenti per poi svegliarlo chiudendo rumorosamente la porta del bagno: disperato tentativo di rivivere, per pochi attimi, l'illusione di avere ancora la moglie accante a sè.
Ad ormai dieci anni dalla sua uscita, è oggi chiara l'influenza che questo fim ha avuto su molta cinematografia successiva e non si può che rendergliene merito.



Regia: Christopher Nolan
Anno: 2000


Giudizio: ****

mercoledì 15 settembre 2010

Somewhere


Johnny Marco (Stephen Dorff) è un divo hollywoodiano che conduce un'esistenza annoiata ed indifferente, circondato da ogni lusso ed agio: vive in una suite, gira in Ferrari, inganna il tempo con festini mondani, spettacolini erotici, facili conquiste. Quando si trova a passare un periodo con Cleo (Elle Fanning), la figlia undicenne che vede di rado, ritrova un senso nella vita.
Ad ormai diversi anni da Lost in Translaton, Sofia Coppola torna su temi analoghi: il senso di vuoto interiore, lo smarrimento morale, l'insoddisfazione ansiosa, la solitudine di chi vive imprigionato in un mondo eccessivo ed artificiale, inautentico e materiale, quale quello della grande industria cinematografica di Hollywood. L'incontro con la figlia, la tenera scoperta di qualcosa (l'amore paterno) per cui valga davvero la pena vivere, diviene il catalizzatore di un cambiamento radicale, della rottura con rituali edonistici vacui e impersonali, di una presa di coscienza più adulta e consapevole.
Ma se tematicamente Somewhere ricorda e richiama l'opera più nota della Coppola, le analogie finiscono sostanzialmente lì: lo stile spontaneo ed equilibrato di allora si fa qui più snob, più forzata appare la ricerca del timbro autoriale nella lentezza del ritmo, nei lunghi silenzi, nell'insistenza dei piani sequenza, nelle inquadrature ricercate, nelle disarmonie del sound; nel film del 2003 il finale era aperto, problematico, qui tutto appare eccessivamente risolto, con una sequenza di chiusura un po' superflua, che ripete, ancora una volta ed a voce troppo alta, quello che si era già detto chiaramente. Nè brillano per originalità la storia nel suo complesso e le trovate comiche un po' ruffiane. Resta quindi la sensazione che la cornice formale, innegabilmente talentuosa, rischi di restare fine a se stessa, piuttosto che al servizio di un'idea davvero efficace. Sigificativo che per rappresentare la quintessenza del cattivo gusto e della volgarità televisiva, si sia scelto il panorama trash dello show business italiano: non c'è da andarne fieri. Fresco Leone d'Oro a Venezia.



Regia: Sofia Coppola

Anno: 2010


Giudizio: **1/2

martedì 14 settembre 2010

Lost In Translation


Bob (Bill Murray, bravissimo), attore al tramonto, è in Giappone per girare uno spot pubblicitario sul whisky; la giovane Charlotte (Scarlett Johansonn) vi ha seguito il marito fotografo. Si incontrano in albergo, si frequentano, ne nasce una tenera amicizia che forse potrebbe diventare una relazione, ma presto le loro strade si dividono.
La figlia d'arte Sofia Coppola costruisce il suo secondo lungometraggio basandolo semplicemente sull'incontro di due solitudini: Bob, in crisi artistica ed esistenziale, ha alle spalle un matrimonio che non funziona più, due figli che non vede mai, una carriera al capolinea; Charlotte, sposa da poco ma già insoddisfatta, non ha più dialogo con il marito, non sa cosa vuole dalla vita e da quel futuro che tanto la spaventa. Incontro che avviene in uno spazio straniante e sospeso, una Tokyo ora dipinta nel suo lato ipermoderno e fumettistico, ora in quello più tradizionale. Incontro che è una fuga, da una vita annoiata e disillusa, alla (ri)scoperta di un'autenticità perduta. Le scelte dell'autrice mirano a creare un'attesa che però resta negata: quella di un bacio, che non arriverà (se non pudico sfiorare di labbra nel finale), di un cedere alla passione, risarcimento sentimentale per due anime sperdute e disorientate, che però non vedremo. In questo la Coppola è elegante e discreta, la sua è una presa di distanza dalla volgarità e la materialità dei tempi (e di molta industria cinematografica), dalla superficialità e la vuotezza di una società che si nutre di autoinganni; sottolineata, peraltro, da una regia che si prende i suoi tempi, che insegue senza fretta stati d'animo ed emozioni, la magia di attimi fuggevoli, la malinconia di un addio. Forse a non funzionare fino in fondo sono le concessioni ad una comicità un po' banalotta, che fa ridere con pretesti scontati: le differenze linguistiche e fisiognomiche fra occidentali e giapponesi, gli eccessi della cultura nipponica: da una mano così raffinata ci si aspetterebbe qualcosina in più.
Oscar per la sceneggiatura originale.



Regia: Sofia Coppola
Anno: 2003


Giudizio: ***

martedì 7 settembre 2010

Il Padre Dei Miei Figli


Gregoire (Luis-Do de Lencquesaing), produttore parigino titolare della piccola casa cinematografica Moon Films, è travolto dai debiti ed il fallimento incombente lo induce a togliersi la vita. Gettate nello sconforto, la moglie Sylvia (Chiara Caselli) cerca di risollevare le sorti della società, mentre la figlia adolescente Clemence (Alice de Lancquesaing, la migliore del cast) si appassiona al cinema d'autore, scopre l'esistenza di un fratellastro di cui era all'oscuro, esce con uno sceneggiatore in erba conosciuto per caso, si prende cura delle sorelline. Finirà, con loro e con la madre, per lasciare Parigi.
La giovane e promettente Mia Hansen-Love si ispira alla storia vera di Humbert Balsan, conosciuto personalmente, per girare un film intimista che racconta una piccola grande tragedia, l'angoscia di chi non ce l'ha fatta, la solitudine impotente di chi è rimasto. Per metà il protagonista è Gregoire: uomo dinamico, intraprendente, forse leggero, spinto dall'entusiasmo e l'amore per il cinema verso un baratro senza via di scampo. Poi il film si fa corale, si riempie dei tentativi di colmare il vuoto interiore lasciato da un gesto tanto disperato che spingono Sylvia e la figlia Clemence ad introdursi sommessamente nel mondo che era di Gregoire, per capirlo, per ricordarlo, per "farlo rivivere" attraverso di loro. Questa malinconia ineffabile, questo male di vivere è rappresentato con grande pacatezza di toni, ma se il pudore delle emozioni e dei sentimenti è una dote che solitamente apprezziamo, la distanza a volte è sinonimo di freddezza ed è proprio questa la sensazione che talvolta lascia Il padre dei miei figli, film che mostra l'odissea di un uomo senza però farla sentire fino in fondo, che descrive lo smarrimento dei suoi cari senza però lasciarne le tracce sulla pelle dello spettatore. E'l'unica annotazione ad un film che pure ha molto di buono, non ultime una regia accorta ed una fotografia pregevole.
Le terribili difficoltà a cui vanno incontro le piccole produzioni indipendenti sono denunciate come anticamera della scomparsa di un certo cinema, raffinato ed autoriale, schiacciato dalle regole inumane di un mercato che non sa comprenderlo e rispettarlo.

La qualità più evidente del film è proprio la sua capacità di passare da un piano all’altro, dal cinema alla vita privata, dal «ruolo» di produttore a quello di padre e marito, conservando un’unità di visione che ne fa la vera forza dinamica. (Piero Mereghetti, Il Corriere della Sera)



Regia: Mia Hansen-Love
Anno: 2009


Giudizio: ***

martedì 31 agosto 2010

Oltre le Regole - The Messanger


Il sergente Will (Ben Foster), tornato da poco dall'Iraq, ed il capitano Tony (Woody Harrelson) hanno il gravoso compito di comunicare la caduta dei soldati al fronte alle rispettive famiglie. All'apparenza incompatibili, i due stringono una sincera amicizia che li aiuta a confrontarsi con le proprie difficoltà personali: l'alcolismo di Tony e la sofferta relazione con l'ex-fidanzata Kelly (Jena Malone) per Will, il quale cerca intanto di costruire un nuovo rapporto, complesso e fragile, con Olivia (Samantha Morton).
Il regista debuttante Oren Moverman firma un intenso film anti-bellico (anche se non dichiaratamente) sull'invisibile guerra irachena (finalmente sottratta all'anestetica idealizzazione dei media): attinge, rielaborandolo con intelligenza, al repertorio classico dell'alienazione del reduce (ben codificato nella vasta filmografia post-Vietnam, da Il Cacciatore a Taxi Driver): la morte come destino comune per chi conosce gli orrori del fronte (fisica per i caduti, morale e psicologica per i sopravvissuti), l'inevitabilità di tornare cambiati nell'intimo e devastati nell'animo, l'incapacità di rinserirsi in una vita comunemente ordinaria, l'incomunicabilità del male, il senso di colpa di chi si è salvato. Ma ciò che arricchisce il film di una dimensione più profonda, caricandolo di emotività senza però scadere nei patetismi, è quell'entrare, un po'intrusivo ma toccante, nell'intimità dolorosa di famiglie sconvolte dalla tragedia, dipingendone con tratto garbato e rispettoso la galleria di reazioni: dalla disperazione cieca, al rifiuto rabbioso, dall'incredulità sgomenta, al cordoglio attonito. E'un mondo di anziani, donne e bambini che la mancanza di uomini fa sembrare più indifeso e vulnerabile e che si trova a dover elaborare, con le proprie sole forze, lo sconcerto traumatico del lutto. La forza rivelatoria di alcune sequenze (su tutte, quella disturbante e terribile dell'irruzione dei due, ubriachi e malridotti, al matrimonio di Kelly) e la pregnanza dei dialoghi, la verosimiglianza psicologica e le rarefatte scaglie di ironia ne fanno un film dall'enorme potenziale, purtroppo in (piccola) parte tradito da qualche eccesso di scrittura (il padre irascibile e stizzoso che va a chiedere scusa, il finale vagamente consolatorio), probabilmente inserito per venire incontro ai gusti del grande pubblico. Ma il risultato finale è comunque di invidiabile riuscita. Sceneggiatura premiata a Berlino, Harrelson è stato candidato, come attore non protagonista, sia all'Oscar che al Golden Globe.

"Senza quel finale troppo risolto e qualche eccesso d'enfasi, infatti, il film sarebbe stato tragicamente perfetto" (Boris Sollazzo, cinematografo.it)


Regia: Oren Moverman
Anno: 2009



Giudizio: ***1/2